Scandalo Covid: Arcuri chiuse la porta alla possibile risoluzione

Lo scandalo portato alla luce dai giornalisti e su cui ora indagano i magistrati: mentre si contavano migliaia di morti, Arcuri prese una scelta del tutto illogica. 

Domenico Arcuri
Domenico Arcuri – photo web source

Ora su tutto quello che è successo indaga pesantemente la magistratura, e nel mezzo ci sono frodi economiche molto pesanti. L’inchiesta del programma televisivo Le Iene ha messo in luce una drammatica realtà su cui ci sarà bisogno di fare luce.

Nel mezzo della peggiore crisi, la chiamata dello scandalo

Tante persone stavano morendo, l’Italia era in un momento di grande crisi, e ci si chiede perché non si sia fatto di tutto per scegliere la soluzione migliore che si aveva davanti. Ma al contrario, si è scelto di andare in ben altre direzioni che poi si sono scoperte piuttosto contradditorie.

Mascherine pagate a prezzi molto più alti, con scarsissimi livelli di affidabilità (molte nemmeno a norma), personaggi privati che intascano decine di milioni di euro a titolo indebito solamente per avere fatto da interlocutore. Tutte vicende che gli italiani avrebbero preferito non vedere.

Milioni di mascherine arrivarono senza certificazioni

L’inchiesta giornalista smaschera quindi un altro scandalo, quello di milioni di mascherine che sarebbero arrivate dalla Cina senza certificazioni. A parlare è un imprenditore, Filippo Moroni, che, con l’audio registrato, interloquisce con l’ex commissario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri. In una di queste, del 16 marzo 2020, Moroni tenta di fornire dispositivi certificati e a prezzo molto più conveniente.

La sua parcella per questo lavoro? Nemmeno un euro. L’obiettivo è solo quello di aiutare il Paese in un grave momento di emergenza. “1800 morti ma cosa stiamo aspettando? basta!… Ma chissenefrega di come interloquiamo! Ma chissenefrega! C’è la gente che muore e qui stiamo facendo burocrazia!”, urla con foga l’imprenditore al telefono.

Moroni offriva mascherine migliori a metà prezzo e senza guadagni

La risposta sarà nulla. Le sue mascherine sarebbero arrivate alla metà del prezzo delle altre appena finite sotto la lente dei magistrati. Che per di più, si è poi scoperto, sarebbero anche prive della certificazione necessaria. L’inchiesta attualmente in corso della procura di Roma sull’acquisto nel marzo 2020 di 800 milioni di mascherine dalla Cina, per la cifra colossale di 1,25 miliardi di euro, ha scoperchiato una serie di reati tra i quali traffico d’influenze, riciclaggio e ricettazione.

In quel marzo 2020 l’Italia stava vivendo un momento assolutamente drammatico, si era appena entrati nel bel mezzo della pandemia e le mascherine parevano introvabili. L’imprenditore Moroni, tra i tanti imprenditori che si stavano proponendo in quei giorni, si mise a disposizione a titolo gratuito. 

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L’imprenditore si infuria e chiede spiegazione che non arrivarono

Le mascherine che avrebbe procurato dalla Cina, sarebbero arrivate a 1,11 euro per ogni Ffp2, per esempio, contro i 2,20 di quelle non certificate finite ora sotto inchiesta. Le mascherina comprate al doppio del prezzo dal Governo italiano, infatti, lascerebbero passare oltre il 70 per cento di particelle quando il limite di legge è al 6 per cento.

Moroni da quattro anni ha un’azienda in Cina, a Shenzhen, e si occupa di forniture di apparecchi medicali. Al seguito delle telefonate, registrate dallo stesso Moroni e dove dall’altra parte trova un livello di disponibilità molto basso, talvolta sconvolgente, non verrà più ricontattato. Lui letteralmente si infuria, e si chiede a che gioco stesse giocando il Governo italiano. La stessa domanda che poi, francamente, si è posta l’intero Paese. 

Domenico Arcuri iene moroni
Uno spezzone dell’inchiesta giornalistica – photo web source

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Tutti gli aspetti scandalosi di quella particolare telefonata

Il punto della telefonata intercorsa tra lo stesso imprenditore e Arcuri, è che il commissario all’emergenza pare quasi non sapesse praticamente nulla della possibilità di cui da giorni Moroni aveva messo al corrente la struttura che si occupava dell’emergenza pandemica. Arcuri continuava a porre questioni su di una autorizzazione dell’Istituto di sanità, riguardanti la conformità delle mascherine sul marchio Ce, di cui non c’era alcun bisogno. 

Il colmo, però, è che le mascherine che poi il Governo ha acquistato al doppio del prezzo non avevano questo tipo di certificazione di conformità. Per la semplice ragione che non erano conformi. Nel mentre, l’imprenditore portò a buon fine la vendita di forniture di mascherine in Stati Uniti, Venezuela, Brasile e Messico. Ma non in Italia, che continuò ancora per tempo a trovarsi in una situazione di grave emergenza.

Giovanni Bernardi

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