Nel corso dell’omelia tenuta domenica 22 maggio a Medjugorje, monsignor Hoser ha voluto specificare come ciò che si verifica nella cittadina bosniaca è un raro e prezioso esempio incarico missionario: “Il Santo Padre, pastore universale della Chiesa, prende come sue queste parole del profeta. Ci invia lì, dove esiste e vive la gente, dove i fedeli si radunano cercando la luce di salvezza”. Dopo queste parole spiega con maggiore precisione che la missione che gli è stata affidata riguarda sia i fedeli lontani che quelli vicini sui quali aggiunge: “Questi anche in un duplice senso: vicini perché abitano da generazioni questo luogo e territorio; vicini perché sono i parrocchiani di Medjugorje; vicini perché sono da trentasette anni i testimoni di tanti eventi di questa regione. In un altro senso, sono vicini anche tutti quelli che vivono una fede ardente e calorosa, che vogliono essere in contatto intimo e riconoscente con il Signore Risuscitato e Misericordioso”.
Insomma il compito di monsignor Hoser è quello di guidare i fedeli verso la retta via a cui si sono avvicinati grazie a Medjugorje, un luogo in cui il culto è non solo molto vivo, ma anche decisamente vicino al Vangelo ed al verbo del signore da cui prende spunto e di cui si nutre costantemente: “Si tratta davvero di un culto cristocentrico, perché da Cristo trae origine ed efficacia, in Cristo trova compiuta espressione e per mezzo di Cristo, nello Spirito, conduce al Padre”. Con questa ultima frase Hoser ha smentito chi sosteneva che la Chiesa fosse contro Medjugorje e lo avesse inviato per deviare o normalizzare il culto praticato in Bosnia.
Luca Scapatello
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