Cos’è il dogma dell’infallibilità del Papa?

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“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Questa fu l’eredità che Gesù lasciò al primo Papa della storia: San Pietro; questo è il compito che è stato trasmesso ad ogni suo successore, dall’alto.
Tuttavia, come ogni altra mansione che proviene dal Signore, è suscettibile di discernimento, perché un essere umano la comprenda.
Nessun uomo, nemmeno il Papa, può ritenersi infallibile e guidato arbitrariamente dallo Spirito Santo in ogni sua azione, per non cadere nella presunzione di sostituirsi al suo e nostro Maestro, poiché lui (come noi, se lo vogliano) sia mezzo, e mai il fine ultimo, del suo stesso agire.

Il Papa è da ritenersi infallibile solo quando è “ex cattedra”, quando esercita il suo carisma di Pastore Universale della Chiesa e tramite “un atto definitivo proclama una dottrina riguardante la fede o la morale”.
Si parla di verità che si ritengono inviolabili, perché rivelate da Dio stesso, come può essere il dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, per fare un esempio.
In quel caso, il Papa è da considerarsi infallibile, perché è mezzo dello Spirito Paraclito, promesso da Gesù a Pietro e ai suoi successori.
Questa caratteristica del Pontefice è definita dogma dell’infallibilità papale (o infallibilità pontificia) e, quando si ritiene esercitata, si dice che il Papa opera “ex cathedra”, appunto, ossia come Dottore e Pastore Universale della Chiesa (Episcopus Servus Servorum Dei), rivestendo il Ministero Petrino, proclamando un nuovo dogma o rivelandolo.

Cosa dice il dogma

Il dogma dell’infallibilità papale è stabilito nel documento Pastor Aeternus, dove si dice: “Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema”.
Ed ecco che il dogma dell’infallibilità papale si rifà al mandato di Gesù Cristo, secondo il versetto su citato e non solo: Gesù da a Pietro il compito di “legare e sciogliere”, di “pascere i suoi agnelli”.

Il passo di Luca che dice: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” è ritenuta la preghiera con Gesù rafforzò la fede di Pietro e ne sancì l’infallibilità.
Sino al Concilio Vaticano I, in dogma dell’infallibilità papale non era dichiarato ufficialmente, ma molti Santi ne parlavano e lo riconoscevano:
San Cipriano, Vescovo nel III secolo, scrisse della cathedra Petri: “Essi non pensano che devono trattare con i Romani, la cui fede fu lodata dalla gloriosa testimonianza dell’Apostolo, e presso i quali l’errore non può trovare alcun accesso”. “Tutti coloro che abbandonano Cristo si perdono nei loro errori, ma la Chiesa che crede in Cristo e rimane fedele alla verità ricevuta, non si separa da lui”.
Fino alla proclamazione del dogma dell’infallibilità papale, erano stati i vari Concili ha definire la materia di fede.

Come venne accolta la proposta di infallibilità

Fu Papa Pio IX che convocò il Concilio Varticano I, in cui si parlò del dogma e si definì la fine del potere temporale del Pontefice. Era il 1870.
Molti laici, cattolici liberali, Cardinali soprattutto francesi e tedeschi si dichiararono contrari. Una parte dei Vescovi dell’Europa centrale prese le distanze dalla Chiesa di Roma, iniziando lo scisma vetero-cattolico, che verte proprio sul rifiuto del dogma dell’infallibilità papale.
Finora, dal Concilio Vaticano I e contrariamente a quanto temevano gli oppositori, in riguardo all’abuso che il Pontefice avrebbe potuto fare del diritto di infallibilità, una volta soltanto il Papa ne avrebbe fatto uso a pieno. Si parla della proclamazione del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, definito da Papa Pio XII con queste parole: “Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria Vergine la Sua speciale benevolenza a onore del Suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della Sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.