Un miracolo da premio Nobel

Quello di cui andremo a parlarvi è un autentico miracolo “da premio Nobel”. Probabilmente è capitato a molti di noi di chiedere al Padreterno, più o meno esplicitamente, un “segno”, una grazia, in una parola una prova forte, netta ed inequivocabile della sua esistenza. Una riproposizione attuale della situazione in cui si trovò l’apostolo Tommaso il quale, assente al momento della prima apparizione di Gesù risorto e richiamato dagli altri discepoli nonché attorniato dalle loro testimonianze circa la risurrezione del Maestro, rispondeva con un laconico «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). In questa frase c’è tutto l’umano bisogno di anteporre la propria esperienza, personale e diretta, del Risorto a tutto ciò che di essa possono dirci gli altri. A volte mi chiedo se assistere personalmente ad un miracolo possa effettivamente convertire oppure se un evento soprannaturale, anche se si mostra in tutta la sua potenza, sarà sempre visto con gli occhi scettici del miscredente che cercherà altrove le spiegazioni ad un fatto “strano”. Lourdes è certamente , da questo punto di vista, uno dei luoghi più significativi.

E proprio qui, nel 1902, avviene uno dei miracoli più noti. Uno dei tanti medici volontari che si offriva di accompagnare i malati nel pellegrinaggio in treno, ha un contrattempo dell’ultimo momento: chiede ad un suo collega, il dottor Alexis Carrel, di sostituirlo. Carrel, educato ad una formazione cattolica, con il passare del tempo è approdato su posizioni di aperto scetticismo e agnosticismo: al momento della partenza è un non credente dichiarato e non presta la minima fiducia nei racconti che celebrano questo santuario come un “luogo delle meraviglie”. Tuttavia, è incuriosito dall’enorme clamore generato dalle guarigioni di cui si sente parlare da decenni. Anche lui, come s. Tommaso, non si limita al “sentito dire”, vuole andare oltre e toccare con mano propria, anche se le sue iniziali intenzioni sono collegate a fornire una spiegazione razionale, “scientifica” delle presunte guarigioni. Sul treno che accompagna i pellegrini c’è fra i tanti malati una donna, Marie Bailly, affetta da “peritonite tubercolare all’ultimo stadio”, così come recita il referto del suo medico curante e di tutti gli specialisti che se ne sono presi cura. Per Carrel è spacciata, ed è alquanto improbabile che possa giungere a Lourdes viva: in ogni modo, proprio per fornire una descrizione quanto più accurata e attendibile, registra ogni sua visita su un diario personale: qui scrive i dati relativi alla pressione, febbre, descrizione dello stato della donna… Contro ogni pronostico la signora Bailly giunge a Lourdes ancora in vita ma, viste le sue precarie e disperate condizioni di salute, il dottore sconsiglia vivamente di portarla dalla sua stanza alle piscine. Contro le sue indicazioni e rispettando quelle che per molti erano le ultime volontà della donna, Marie Bailly viene immersa nelle piscine. È impressionante la descrizione che ne fa il medico, sotto i cui occhi avviene una trasformazione istantanea dell’aspetto della sua paziente: cambia in maniera repentina il colorito, passando dal pallore cadaverico ad un aspetto normale; sparisce subitaneamente ogni forma di gonfiore, specie al petto e al ventre… la donna, a conferma del recupero delle forze, manifesta inoltre da subito un forte appetito. Nel medico è tutto un turbinio di stati d’animo, un misto di incredulità, paura, meraviglia.

Come s. Tommaso, il dottor Carrel ha “messo le dita nel posto dei chiodi”; da questo momento inizia un lungo travaglio interiore che è ben documentato nel suo libro Viaggio a Lourdes: a differenza di s. Tommaso però, l’aver assistito ad un evento prodigioso, non determina nel suo animo una conversione altrettanto repentina. Infatti, ancora incredulo, legge e rilegge fino allo spasimo il diario scritto durante il viaggio per sincerarsi delle condizioni precedenti della donna, di ciò che i suoi occhi avevano osservato, misurato, verificato, con tutte le strumentazioni che la scienza dell’epoca poteva permettergli. Dubbi, domande crescenti sulle sue stesse capacità di medico lo assalgono fino a giungere ad un’unica possibile risposta: non c’è stato nessun errore nella diagnosi precedente, i vari medici che l’avevano già visitata oltre lui non si erano sbagliati: secondo natura, Marie Bailly doveva morire. È dunque successo qualcosa, un evento che ha superato le leggi della natura riportando in salute la paziente in maniera istantanea e completa. Questo “qualcosa” provocherà una serie di riflessioni al dottor Carrel, conducendolo ad una vera e propria metamorfosi spirituale: da agnostico che era, si riconcilia con la fede cattolica. La guarigione (poi dichiarata di carattere miracoloso da una apposita commissione, ma sui criteri per la valutazione delle guarigioni a Lourdes tornerò con un altro articolo). Uno potrebbe dire: e se questo dott. Carrel fosse uno sprovveduto? Se avesse un medico approssimativo che ha condotto male le sue indagini, giungendo ad una diagnosi sbagliata? In tal proposito, a parte il fatto che non fu l’unico medico a prendersi cura della donna, va infine rilevato che stiamo parlando di uno dei più grandi biologi e medici del XX secolo: non a caso, appena dieci anni dopo essere stato testimone della incredibile guarigione di Marie Bailly, il dottor Carrel nel 1912 venne insignito nientemeno che del premio Nobel per la medicina per le sue per le sue ricerche compiute sulla suturazione dei vasi sanguigni! Su una cosa si può dunque essere sicuri: è quantomeno difficile che un medico di questo calibro (e molti altri colleghi insieme a lui) potesse sbagliare una diagnosi in maniera così clamorosa. Dunque, la guarigione c’è stata: reale, istantanea, totale, senza recidive. Ed è uno dei 69 casi riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa cattolica come miracoli, a fronte di circa 7000 dossier di guarigioni “inspiegabili”. Ma sulla differenza tra i primi e le seconde, bisognerà tornare in seguito.

Alessandro Laudadio