La storia del beato Pino Puglisi ucciso dalla mafia, ma il suo sorriso rimase impresso nella memoria di Salvatore Grigoli, l’uomo che gli sparò. Dal carcere iniziò un cammino di pentimento e conversione, mentre anche Gaspare Spatuzza intraprese un percorso di cambiamento.

Se il chicco di grano muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Le parole del Vangelo di Giovanni richiamano il mistero di una vita donata fino in fondo, capace di lasciare un segno anche dopo la morte. È quanto accade con la testimonianza di don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia che, con il suo ultimo sorriso, colpì profondamente persino il suo assassino.
Salvatore Grigoli, l’uomo che sparò al parroco di Brancaccio il 15 settembre 1993, in carcere scelse di collaborare con la giustizia e raccontò il percorso di cambiamento iniziato dopo quel delitto. Una vicenda segnata dal rimorso, dalla riflessione e dal confronto con la fede.
Quella sera, mentre don Puglisi stava rientrando a casa, Gaspare Spatuzza gli si avvicinò dicendo: «Padre, questa è una rapina». Il sacerdote sorrise e rispose: «Me l’aspettavo». Parole semplici, rimaste impresse nella memoria di Grigoli e diventate centrali nel racconto del suo successivo cammino di pentimento.
Il sorriso di don Pino Puglisi che rimase impresso al suo assassino
L’atteggiamento spiazzante di Puglisi poco prima di essere ucciso colpì profondamente Salvatore Grigoli che, intervistato da Famiglia Cristiana otto anni dopo il delitto, raccontò di come quel sorriso gli avesse dato un “impulso immediato”.
“Non me lo so spiegare – disse Grigoli –. Io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo mai provato nulla del genere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. Quella sera cominciai a pensarci, si era smosso qualcosa…”.
Al momento dell’uccisione di don Puglisi, Salvatore Grigoli era uno dei più spietati killer di Cosa Nostra, fu lui a sparare quella sera. Confessò di aver commesso 46 omicidi. Tra le vicende più atroci di quella stagione mafiosa ci fu il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio quattordicenne del collaboratore di giustizia Santino, rapito nel 1993 e ucciso nel gennaio 1996. Il suo corpo fu sciolto nell’acido.
Grigoli affermò che “il novanta per cento” dei mafiosi dice di credere in Dio, qualcuno persino di ammazzare in nome di Dio. “A me questa cosa mi dava fastidio: ma che aiuto ti può dare Dio, che andiamo ad ammazzare?”, osservava il pentito.
Salvatore Grigoli: dal carcere inizia il cammino del pentimento
Eppure, il killer di don Pino Puglisi ha sempre letto la Bibbia, specie dopo il suo pentimento. “È quando sei solo che cominci a riflettere. Perché loro ti inculcano questa cultura: che tutto quello che fa Cosa nostra è giusto”, disse Grigoli.

Circa nove anni dopo il delitto Puglisi, Grigoli dichiarò di essersi convertito, pur ritenendo che la gente non avrebbe creduto alla sua svolta: “Io sto cambiando, devo cambiare, ma voglio che siano i fatti a far parlare me”.
Poi spiegò: “Come si fa a cambiare? Per cambiare bisogna essere aiutati”. In questo, gli venne incontro padre Mario Golesano, successore di don Puglisi alla guida della parrocchia del Brancaccio, che, per primo scrisse a Grigoli: “Ho provato un’emozione intensa nel ricevere quella lettera. Mi scriveva di quanto era bello sentire il pane profumato, faticato, sudato, guadagnato con i sacrifici. Di sentire la gioia dei miei bambini. La gioia che io ho tolto a tanti bambini. Il mio rammarico è quello di aver tolto tanti padri ai loro figli”.
Nel luglio del 2000, durante il Grande Giubileo, San Giovanni Paolo II visitò il carcere romano di Regina Coeli, dove incontrò i detenuti e li invitò a guardare al cambiamento interiore come a una possibilità di vita nuova. Già da un anno, il pentito aveva avviato “una fitta corrispondenza con alcuni sacerdoti di Palermo e le sue lettere sono state acquisite nel processo per il riconoscimento del martirio di don Pino Puglisi, avviato dal tribunale ecclesiastico”.
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Anche Gaspare Spatuzza si pente: la richiesta di perdono alla famiglia Puglisi
Anche Gaspare Spatuzza ha intrapreso un percorso di pentimento. Nel 2018, in occasione del 25° anniversario dell’uccisione di don Pino Puglisi, Gaspare Spatuzza rese noto che, durante la cerimonia commemorativa alla presenza di papa Francesco, avrebbe trascorso la giornata in preghiera.

Nel 2014, l’ex mafioso scrisse una lunga lettera ai familiari di don Puglisi, chiedendo perdono. La conversione di Spatuzza è stata accolta con prudenza dai Puglisi. Il fratello del beato, Franco, dichiarò: “Se ciò che Spatuzza racconta di sé è vero, io lo posso perdonare”.
Anni dopo l’omicidio, Spatuzza svelò che la mafia aveva deciso di uccidere don Puglisi perché “voleva impossessarsi del nostro territorio” e stava sottraendo i giovani alla malavita. “Un capomafia – disse il pentito – non poteva tollerare che un prete si muovesse per conto suo e doveva dimostrare chi comandava a Brancaccio”.
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Il commando mafioso tentò di mascherare l’omicidio di don Pino Puglisi facendo credere che si trattasse di una rapina, ma la messinscena non riuscì a nascondere la matrice mafiosa del delitto. La sua morte, avvenuta il 15 settembre 1993, non spense il bene che aveva seminato nel quartiere di Brancaccio. La sua testimonianza continua ancora oggi a parlare alle coscienze, mostrando come la fede, il coraggio e l’impegno per gli altri possano lasciare un segno profondo e come, anche dopo aver commesso crimini gravissimi, sia possibile intraprendere un percorso di pentimento e cambiamento.







