Oggi 29 ottobre, Beato Rosario Livatino: il giovane giudice che pagò con la vita la sua fede

Una vita spesa al servizio della giustizia, guidata dalla preghiera e dalla fedeltà al Vangelo. Il Beato Rosario Livatino affrontò la criminalità mafiosa senza rinunciare ai suoi principi, fino al martirio.

primo piano di rosario livatino
lalucedimaria.it (photo: vatican news)

Il giudice Rosario Livatino, testimone di una fede vissuta ogni giorno attraverso il servizio alla giustizia, la preghiera e la coerenza morale. La sua profonda spiritualità lo guidò anche nelle prove più difficili, fino al martirio per mano della criminalità mafiosa.

Rosario Livatino nacque a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952. Figlio unico di Vincenzo Livatino, funzionario dell’esattoria comunale, e di Rosalia Corbo, frequentò il liceo classico e partecipò attivamente all’Azione Cattolica.

Rosario Livatino, dagli studi di giurisprudenza all’impegno contro la mafia

Nel 1975 si laureò con lode in Giurisprudenza, avviandosi a un percorso professionale nel quale avrebbe cercato di unire il rigore della legge ai valori del Vangelo. A ventisei anni, nel 1978, diventa magistrato. L’anno dopo va a fare il sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento. Ricopre questo incarico per dieci anni, fino al 1989, poi assume quello di giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione.

Il giudice Livatino è un profondo conoscitore del fenomeno mafioso. Si occupa delle più delicate indagini antimafia, oltre che della criminalità comune. Ad Agrigento mette mano anche a tangenti (nella cosiddetta “tangentopoli siciliana”) e corruzione.

Rosario Livatino in questi anni si rivela un giudice inflessibile e coerente, impermeabile a ogni genere di influenza esterna. Non fa parte di club o associazioni. Di dichiarazioni non ne rilascia e i suoi interventi pubblici si contano forse sulle dita di una mano. Si concentra totalmente sul suo lavoro, portandoselo anche a casa dove studia le cause sulla sua scrivania, dove spiccano un crocifisso e un Vangelo pieno di annotazioni a margine (evidentemente lo consultava parecchio).

«La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità», scrive e non difficile immaginare quale sia la fonte che lo ispira. Così come quando scrive che «il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico».

La fede del giudice: una giustizia guidata dalla carità

Ma non c’è solo il lavoro nella giornata del giudice Livatino. La preghiera lo accompagna costantemente: inizia sempre le sue giornate con una sosta nella chiesa di San Giuseppe ad Agrigento, davanti al Tabernacolo: una chiesetta fuori mano, dove si può pregare indisturbati e senza essere visti. Anche alla domenica va a Messa in una chiesa dove non ci sono troppi sguardi indiscreti. Quella di Rosario Livatino non è una fede che ama esibirsi, ma concreta.

«Il giudice deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile. L’immagine di un uomo capace di condannare, ma anche di capire», scrive. È precisamente quanto si propone di fare per «dare alla legge un’anima». Si sforza continuamente di essere giusto nel condannare ma senza mai confondere la persona con il reato. Cerca sempre di scegliere giustizia pur consapevole che, come scrive, «scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».

Rosario Livatino nel mirino della criminalità mafiosa

Sceglie la giustizia anche quando, nonostante qualcuno lo inviti a “lasciar perdere”, entra a far parte del collegio che decide sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti e “intoccabili” capifamiglia di Canicattì.

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lalucedimaria.it (photo: comunione e liberazione)

Cosa Nostra inizia così a prenderlo di mira. Finché non gli tendono un agguato. È il 21 settembre 1990: mentre il giudice percorre, come ogni giorno, la statale 640 Caltanissetta-Agrigento un commando di quattro persone gli sperona la macchina. Livatino cerca la fuga in mezzo ai campi, già ferito a una spalla. Ma dopo poche decine di metri i killer lo raggiungono e lo freddano a colpi di pistola.

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Il martirio e la beatificazione del giudice Rosario Livatino

Una delle frasi più celebri di Rosario Livatino racchiude il senso profondo della sua esistenza: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili». Parole che testimoniano una fede autentica, vissuta ogni giorno attraverso la coerenza, il coraggio e il servizio alla giustizia, fino al sacrificio della vita.

Riconosciuto il suo martirio, la Chiesa lo ha proclamato Beato il 9 maggio 2021. Rosario Livatino è il primo magistrato riconosciuto come martire nella storia della Chiesa, una testimonianza luminosa di come la fede possa guidare anche le scelte più difficili.

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