Il rischio del terrorismo islamico aggravato dalla pandemia

La dura prova del radicalismo islamico, che sfocia nel dramma del terrorismo, rischia di accentuarsi ancora più con la pandemia. Serve una presa di coscienza.

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Secondo alcuni importanti intellettuali, la Francia infatti si trova al centro di quella che potrebbe essere definita la “quarta ondata jihadista”, vale a dire la nuova fase del terrorismo islamico che potrebbe piegare il Paese nel bel mezzo della pandemia.

Gli attentati recenti ancora negli occhi di tutti i francesi

Da mesi ormai, i cittadini francesi hanno di fronte agli occhi la morte del professore Samuel Paty, colpevole per i suoi assassini di avere “propagandato” in classe la libertà di espressione. Ora di Didier Lemaire, sottoposta a minacce da fondamentalisti islamici per lo stesso motivo.

La tesi delle quattro fasi è sostenuta dallo scrittore Gilles Kepel, che ha spiegato nel suo ultimo libro “Il profeta e la pandemia” di che fasi si tratta. La prima, è quella dell’esplosione del jihadismo in Afghanistan, le cui conseguenza si sono ripercosse su una molteplicità di Paesi quali Algeria, Egitto, Bosnia e Cecenia.

Quali sono le fasi del terrorismo e perché se ne rischia una nuova

La seconda è quella caratterizzata dal suo apice nel più drammatico degli attentati, quello dell’11 settembre e del crollo delle Twin Towers a Manhattan. La terza è quella dello Stato islamico, con un massiccio uso di giovani musulmani radicalizzati per attaccare le società europee dall’interno. Una terza fase che, come le altre, ha fallito miseramente nel suo intento. 

Ora però, secondo lo scrittore, la quarta fase starebbe nascendo nei social e contro bersagli ben precisi, indicati come “nemici di Allah”. E contro cui questi predicatori invocano la morte. Tramite la diffusione dei loro contenuti, questi fautori di morte cercano infatti di ammorbare le persone più deboli nello spirito e trascinarli dentro la loro causa di devastazione.

Quali sono i profili di potenziali terroristi, e come lo diventano

Persone spesso già in contatto con ambienti radicalizzati ma che non hanno ancora trovato una loro piena collocazione in essi, e che in qualche modo si sentono bisognosi di inseguire un fantomatico riscatto. Spesso i legami con gruppi che hanno operato un taglio netto con la cultura occidentale, come Fratelli musulmani o i salafiti, diventano fatali per queste persone.

Così nasce un terrorista qualsiasi, pronto da un momento all’altro a seminare morte per le strade della Francia. Come accaduto ad esempio per gli ultimi recenti attacchi, tra cui quello in cui Zahir Mahmood ha tentato di uccidere due persone sotto la vecchia sede di Charlie Hebdo.

La dura realtà messa in luce dall’intellettuale francese

“Era un cretino che non parlava francese, ma aveva visto un video di una manifestazione in Pakistan contro Charlie Hebdo”, dice lo scrittore al Foglio, che parla di una trasmissione virale e pandemica del terrorismo islamista. In questo clima di terrore si innesta l’atteggiamento arrogante del regno saudita e quello della Turchia di Erdogan, con la riconversione della Moschea di Santa Sofia di cui si è visto la scorsa estate.

L’obiettivo di quest’ultimo, Erdogan, è infatti quello di raggiungere l’egemonia sull’islam politico. La strategia è quella di giustificare gli assalitori terroristici, come quelli che hanno ucciso nella strage di Charlie Hebdo, sotto il cappello di una presunta islamofobia che sarebbe presente il Francia. Insomma, il politicamente corretto come lo strumento strategico principe della strategia del terrore islamista.

Quale risposta? Una presa di coscienza chiara dalle istituzioni

Ci si chiede però quanto ancora possa durare una situazione simile. La soluzione, per lo scrittore, è chiara. “Non bisogna attaccare solo le conseguenze, ma anche le radici di questo fenomeno, i valori di rottura della società“. Insomma c’è bisogno di un risveglio culturale che faccia chiarezza sui propri valori, le proprie radici e i propri orizzonti. Che non sono, purtroppo, quelli di un irenico “buonismo”, i cui effetti negli anni si sono manifestati in senso purtroppo troppo spesso drammatico.

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Ma di una presa di posizione chiara da parte delle istituzioni verso ogni cittadini, di ogni etnia e pensiero. In tutto ciò, il diffondersi della pandemia però non fa altro che aggravare il lavoro culturale e istituzionale. Ora per la Francia il rischio è “la balcanizzazione, enclave nei quartieri popolari, dove le donne sono obbligate dalla norma sociale a uscire velate, senza parrucchieri misti, con i bambini che saltano la scuola pubblica per andare in quelle salafite”, conclude Kepel.

“Non c’è più società e questo corrisponde all’islamogoscismo. L’indigenismo è forte nelle università francesi e si è saldato all’americanismo della decolonizzazione, così che i valori della Repubblica non sono più niente, sono ‘crimini coloniali’, non c’è più società europea, ci sono solo razze e generi. E i bianchi sono tutti cattivi”.

Giovanni Bernardi

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