La privacy violata in web, lo dicono molte ricerche

La privacy violata in web, lo dicono molte ricerche
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Minando eccessivamente il diritto alla privacy, si rende noto che, per effettuare degli studi, atti a captare gli interessi politici, sessuali e di altro genere delle persone, gli incaricati hanno attinto alle foto (forse anche le nostre) che girano in web, quelle, magari, del compleanno di nostro figlio e del centenario del nonnino che, senza troppe remore, abbiamo postato su Facebook o su Instagram.
Il primo a credere e a sostenere che, i tratti somatici del viso, potessero parlare delle intime propensioni, si chiamava Lombroso. E’ considerato, oggi, il padre della criminologia ed era italiano.
Era un medico e un antropologo, che sviluppò uno studio, basato sulla tesi che un criminale avesse dei tratti anatomici che indicassero la sua tendenza ad essere tale, condizioni sociali permettendo.
Lombroso visse più di due secoli fa e le sue intenzioni avevano l’unico scopo di acciuffare i malviventi.
Oggi, invece, quasi sfruttando gli stessi criteri, giunge notizia di un esperimento, eseguito negli USA e chiamato Vgg-Face che, attraverso uno speciale algoritmo, esamina il volto delle persone, rivelandone l’orientamento sessuale.
Al di la dell’utilità o meno della ricerca, ciò che allarma maggiormente è che l’algoritmo si è dovuto cibare di centinaia di immagini per arrivare alla conclusione e queste sono state attinte dal web, precisamente da un sito di incontri.
E’ accaduto all’Università di Stanford e non vede d’accordo tutti gli studiosi, proprio per il modo in cui i dati iniziali sono stati reperiti, beffando le regole sulla privacy.
E continua ad oltraggiarle, volendo definire un codice per capire chi siamo e dirlo a chiunque, senza il nostro consenso. Allarmante è che gli studi verranno, con ogni probabilità, portanti avanti, poiché hanno avuto un certo margine di successo, dimostrando effettivamente che “i volti contengono molte più informazioni sull’orientamento sessuale, di quante ne possa percepire e interpretare il cervello umano”, ad esempio.
Anche il professor Alberto Rossetti, psicanalista e psicoterapeuta, nonché esperto di adolescenza e nuove tecnologie, mette in guardia, sulle possibili conseguenze di ricerche del genere: “L’indagine è piuttosto inquietante e sembra proiettare nel passato piuttosto che nel futuro”. “Innanzitutto perché riduce la complessa questione della sessualità umana a una serie di discutibili parametri facciali, tra l’altro presi all’interno di un sito per appuntamenti. Anni e anni di ricerca e studio in varie discipline hanno, infatti, dimostrato che a formare la sessualità nell’uomo contribuiscono diversi fattori: sociali, culturali, biologici. (…) Inoltre, dovremmo tutti preoccuparci del modo in cui le e informazioni che lasciamo, più o meno consapevolmente, in rete possono farci profilare in diversi modi, senza un nostro consenso. Ci possono infatti essere delle conseguenze reali nella vita di tutti i giorni, a seconda di come queste profilazioni vengono utilizzate (per motivi politici, di marketing o altro). Non oso neanche immaginare cosa potrebbe succedere, se, un software ritenuto in grado di indovinare l’orientamento sessuale di una persona, dovesse arrivare su uno smartphone. Torneremmo indietro di numerosi anni”.
Ma la sfera sessuale non è l’unica, ad essere indagata da questo tipo di studi. Si dice, infatti, che (e non è questo il primo caso), chi si è occupato della campagna elettorale di Donald Trump o della Brexit, abbia utilizzato sistemi di profilazione psicometrica.
Del resto, sono gli stessi esecutori di questi studi a dare l’allarme e a denunciare che il web permette questo abuso. Sarebbe certamente il caso di ridurre la potenza del Social, prima che distruggano anche l’ultima briciola di privacy rimasta.
hanno attinto alle foto (forse anche le nostre) che girano in web, quelle, magari, del compleanno di nostro figlio e del centenario del nonnino che, senza troppe remore, abbiamo postato su Facebook o su Instagram.
Il primo a credere e a sostenere che, i tratti somatici del viso, potessero parlare delle intime propensioni, si chiamava Lombroso. E’ considerato, oggi, il padre della criminologia ed era italiano.

Era un medico e un antropologo, che sviluppò uno studio, basato sulla tesi che un criminale avesse dei tratti anatomici che indicassero la sua tendenza ad essere tale, condizioni sociali permettendo.
Lombroso visse più di due secoli fa e le sue intenzioni avevano l’unico scopo di acciuffare i malviventi.

Oggi, invece, quasi sfruttando gli stessi criteri, giunge notizia di un esperimento, eseguito negli USA e chiamato Vgg-Face che, attraverso uno speciale algoritmo, esamina il volto delle persone, rivelandone l’orientamento sessuale.
Al di la dell’utilità o meno della ricerca, ciò che allarma maggiormente è che l’algoritmo si è dovuto cibare di centinaia di immagini per arrivare alla conclusione e queste sono state attinte dal web, precisamente da un sito di incontri.

E’ accaduto all’Università di Stanford e non vede d’accordo tutti gli studiosi, proprio per il modo in cui i dati iniziali sono stati reperiti, beffando le regole sulla privacy.
E continua ad oltraggiarle, volendo definire un codice per capire chi siamo e dirlo a chiunque, senza il nostro consenso. Allarmante è che gli studi verranno, con ogni probabilità, portanti avanti, poiché hanno avuto un certo margine di successo, dimostrando effettivamente che “i volti contengono molte più informazioni sull’orientamento sessuale, di quante ne possa percepire e interpretare il cervello umano”, ad esempio.

Da Lombroso ad oggi, quanti passi indietro sulla privacy?

Anche il professor Alberto Rossetti, psicanalista e psicoterapeuta, nonché esperto di adolescenza e nuove tecnologie, mette in guardia, sulle possibili conseguenze di ricerche del genere: “L’indagine è piuttosto inquietante e sembra proiettare nel passato piuttosto che nel futuro”. “Innanzitutto perché riduce la complessa questione della sessualità umana a una serie di discutibili parametri facciali, tra l’altro presi all’interno di un sito per appuntamenti. Anni e anni di ricerca e studio in varie discipline hanno, infatti, dimostrato che a formare la sessualità nell’uomo contribuiscono diversi fattori: sociali, culturali, biologici. (…) Inoltre, dovremmo tutti preoccuparci del modo in cui le e informazioni che lasciamo, più o meno consapevolmente, in rete possono farci profilare in diversi modi, senza un nostro consenso. Ci possono infatti essere delle conseguenze reali nella vita di tutti i giorni, a seconda di come queste profilazioni vengono utilizzate (per motivi politici, di marketing o altro). Non oso neanche immaginare cosa potrebbe succedere, se, un software ritenuto in grado di indovinare l’orientamento sessuale di una persona, dovesse arrivare su uno smartphone. Torneremmo indietro di numerosi anni”.

Ma la sfera sessuale non è l’unica, ad essere indagata da questo tipo di studi. Si dice, infatti, che (e non è questo il primo caso), chi si è occupato della campagna elettorale di Donald Trump o della Brexit, abbia utilizzato sistemi di profilazione psicometrica.
Del resto, sono gli stessi esecutori di questi studi a dare l’allarme e a denunciare che il web permette questo abuso. Sarebbe certamente il caso di ridurre la potenza del Social, prima che distruggano anche l’ultima briciola di privacy rimasta.