Pfizer: l’inchiesta dello scandalo | Che cosa emerge del vaccino?

La denuncia apparsa sull’importante British Medical Journal è passata sottotraccia nel nostro Paese. Vedendo poi quanto sta accadendo sul caso “Report”, ci si chiede perché sia così occultato questo argomento. 

Sul noto giornale scientifico britannico sono stati riportati, con testimonianze autorevoli, comportamenti poco corretti da parte dell’azienda che sta producendo vaccini per tutto il mondo.

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Si parla di una sorta di “business” sulla terza dose, giudicato dall’articolo senza ragioni scientifiche, ma anche di dosaggi sbagliati e purtroppo di forti censure sugli effetti collaterali emersi durante le sperimentazioni del farmaco. Nello specifico, si citano “dati con problemi d’integrità nella sperimentazione di Pfizer”. L’autore è un blasonato giornalista di nome Paul Thacker.

Cosa emerge dall’inchiesta dello scandalo

Emerge quindi la preponderanza di un enorme giro d’affari legato alle inoculazioni e alla loro autorizzazione, che secondo quanto afferma il giornalista potrebbero essere state affrettate senza aspettare le normali prassi delle regolamentazioni di rito.

La rivista scientifica britannica afferma infatti che potrebbe essere stata consentita la falsificazione dei dati che hanno permesso di nascondere gli effetti collaterali negativi.

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“Un dirigente regionale del Ventavia Research Group, coinvolto nelle sperimentazioni cliniche del vaccino Pfizer, ha rivelato al British medical journal che la società aveva falsificato i dati, rivelato le identità dei pazienti, che non aveva una formazione sufficiente per il personale addetto ai vaccini ed era lenta nel segnalare gli effetti collaterali che si sono verificati durante la terza fase di test“, è quanto afferma l’articolo inglese.

Chi è stato a contattare per primo la redazione giornalistica

Il primo a contattare la redazione della rivista scientifica è stato l’ex capo regionale del Ventavia Research Group, la più grande società di ricerca clinica di proprietà privata in Texas, Brooke Jackson. La donna aveva infatti aiutato Pfizer a condurre studi clinici sul vaccino, ed ha dichiarato di essere stata licenziata nel settembre 2020 dopo aver ripetutamente segnalato alla sede della società enormi irregolarità negli studi clinici.

La donna, a supporto delle sue parole, ha consegnato alla rivista una serie di documenti, fotografie, registrazioni video e audio che hanno convinto la redazione e gli editori che le sue parole non fossero illazioni. Dopo questi documenti, la redazione si è mossa per recuperarne altri, così sono arrivate diverse prove che gli studi sui vaccini non soddisfacevano gli standard richiesti, né tantomeno le norme che i dirigenti di Pfizer hanno spesso affermato di rispettare.

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Tra questi punti critici, il fatto che il vaccino non sia stato sempre conservato in condizioni adeguate, o il fatto che quasi tutto il personale medico dell’azienda ha avuto accesso alle informazioni sull’identità dei partecipanti alle sperimentazioni. Un dato, quest’ultimo, che contraddice totalmente la natura dei test sui vaccini, che dovrebbe essere per definizione svolta alla “cieca”.

I tentativi andati a vuoto di informare i superiori delle irregolarità

Oltre a questo, Jackson e i suoi collaboratori trovarono molte falle nei dati raccolti e non si trovavano in condizione di rispondere alle segnalazioni dei pazienti riguardanti gli effetti collaterali. In precedenza erano stati numerosi i tentativi di informare i suoi superiori della cattiva gestione del laboratorio, dei problemi di sicurezza dei pazienti e dei problemi di integrità dei dati.

Nella mail inviata il 25 settembre alla FDA Jackson aveva elencato almeno una dozzina di preoccupazioni. Tra queste, il fatto che “i partecipanti sono stati collocati in un corridoio dopo l’iniezione e non sono stati monitorati dal personale clinico“.

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E ancora, la “mancanza di follow-up tempestivo dei pazienti che hanno manifestato eventi avversi”. Le “deviazioni del protocollo non segnalate“, il fatto che “i vaccini non vengono conservati a temperature adeguate”, che i “campioni di laboratorio sono etichettati in modo errato”, che c’era un “mancato addestramento del personale di Ventavia per la gestione di questo tipo di problemi”.

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L’azienda ha affermato di non sapere quantificare gli errori commessi

Dopo aver ripetutamente tentato di informare Ventavia di questi problemi, la Jackson ha inviato una denuncia via e-mail alla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti. Il risultato è però nefasto. Ventavia, infatti, ha licenziato la donna il giorno stesso. Dopodiché la società non ha mai fatto alcuna menzione di tali problematiche nel centro sperimentale di Ventavia.

In una registrazione audio di un incontro alla fine di settembre 2020 tra la stessa Jackson e due direttori, si sente un dirigente di Ventavia spiegare che la società non è stata in grado di quantificare il tipo e il numero di errori che stavano trovando durante l’esame dei documenti di prova per il controllo qualità. Ora, la domanda lecita che emerge riguarda cosa mai possa essere avvenuto in questi centri.

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