Papa Francesco la Chiesa non crollerà mai, perchè costruita sulla Roccia…

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Nella festa liturgica della Cattedra di San Pietro una meditazione di padre Marko Rupnik ha aperto le celebrazioni del Giubileo di Curia Romana, Governatorato e delle Istituzioni collegate alla Santa Sede. Ad ascoltare il gesuita che ha ideato il logo del Giubileo, in Aula Paolo VI c’era anche la presenza discreta di Papa Francesco. Il Papa, in mezzo ai dipendenti del Vaticano, ha partecipato alla processione attraverso la Porta Santa.

Nella Basilica Vaticana Papa Francesco ha poi presieduto la Santa Messa per la “comunità di servizio” della Curia Romana: “il primo chiamato a rinnovare la sua professione di fede è il Successore di Pietro, che porta con sé la responsabilità di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32)”.

Gesù è la pietra su cui dobbiamo costruire

Facendo sue le parole di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16,16) il Papa ha formulato l’invito a fissare il pensiero e lo sguardo su Gesù Cristo “inizio e fine di ogni azione della Chiesa”.

“Lui – ha commentato il Santo Padre – è il fondamento e nessuno ne può porre uno diverso (1 Cor 3,11). Lui è la pietra su cui dobbiamo costruire”. Lo ricorda con parole espressive sant’Agostino quando scrive che la Chiesa, pur agitata e scossa per le vicende della storia, “non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. […] La pietra è Cristo, sul fondamento del quale anche Pietro è stato edificato” (In Joh 124, 5: PL 35, 1972).

Andare in cerca della pecora perduta

Da questa professione di fede deriva per ciascuno di noi il compito di corrispondere alla chiamata di Dio. Ai Pastori, anzitutto, viene richiesto di avere come modello Dio stesso che si prende cura del suo gregge. Il profeta Ezechiele ha descritto il modo di agire di Dio: “Egli va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (34,16)”. Un comportamento che è segno dell’amore che non conosce confini.

È una dedizione fedele, costante, incondizionata, perché a tutti i più deboli possa giungere la sua misericordia. “Tuttavia – ha osservato Papa Francesco – non dobbiamo dimenticare che la profezia di Ezechiele prende le mosse dalla constatazione delle mancanze dei pastori d’Israele. Pertanto fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore”.

Le tentazioni che allontanano dall’essenziale

Rivolgendosi alla Curia il Papa ha detto: “Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù”.

La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia “di cui vogliamo fare esperienza”. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. “La fedeltà che ci è richiesta – ha proseguito Francesco – è quella di agire secondo il cuore di Cristo. Come abbiamo ascoltato dalle parole dell’apostolo Pietro, dobbiamo pascere il gregge con animo generoso e diventare un modello per tutti”. In questo modo, “quando apparirà il Pastore supremo» potremo ricevere la «corona della gloria che non appassisce” (1 Pt 5,14).