La “mano di Dio” mostra un bisogno profondo ma anche un rischio

In queste ore ha fatto il giro della rete un’immagine molto particolare, in cui si vede un guanto di plastica riempito d’acqua calda sopra la mano di un paziente Covid. 

mano di dio
La foto scattata dalla infermiera Liliane Melo che ha fatto il giro della rete, e che è stata rinominata della “mano di Dio” – photo web source

Alcuni giornali, nel descrivere questa particolare vicenda, si sono addirittura spinti nel definire questo guanto la “mano di Dio”. Partiamo dall’inizio. Nello specifico, parliamo di due guanti chirurgici riempiti di acqua calda e usati con alcuni pazienti in ospedale. Grazie a questa tecnica è stato possibile migliorare la circolazione di un uomo per potergli così misurare la saturazione.

Un’immagine che ci mostra qualcosa di ben profondo

Allo stesso tempo, però, nell’applicare questa soluzione, l’operatrice sanitaria vi ha visto qualcosa di più. Vale a dire, l’illusione di un contatto umano a favore di una persona che stava per essere intubata a causa del Covid, e non poteva avere nessuno a fianco a tenerle la mano.

Purtroppo, però, va riconosciuto un fatto, seppure triste. Che si tratta solamente di una illusione, seppure meritoria e originata da buone intenzioni. Da un anno, in tutto il mondo medici e infermieri combattono contro questo virus mortale che uccide ogni relazione umana, prima che, talvolta, lo faccia con la persona stessa.

La violenza vissuta dai tanti contagiati dal virus

Per i poveri pazienti contagiati dal virus, però, non c’è solo la violenza dell’effetto fisico della malattia, ma c’è anche l’impatto con la solitudine improvvisa, l’isolamento, l’essere cioè strappato, da un momento all’altro, dal bene dei propri cari. Di conseguenza, per gli altrettanto poveri medici e infermieri c’è da affrontare anche questo male, e da trovare alcuni rimedi, a volte anche improvvisati, come in questo caso.

La soluzione trovata in questo caso da un’infermiera brasiliana, Lidiane Melo, in prima linea in un ospedale a Isla del Gobernador, a nord di Rio de Janeiro, è arrivata per effetto delle difficoltà con la misurazione dell’ossigeno. In poco tempo, però, dopo che la foto ha fatto il giro della rete, la sua trovata è diventata quella della “mano di Dio”. 

Quel palloncino è il nostro bisogno di non essere soli

Il che ci parla di qualcosa di chiaro, e tutt’affatto realizzato per mezzo di quel palloncino. Il bisogno di non essere soli. Siamo però sicuri che un supporto tecnologico, come in questo caso un palloncino di gomma, ma che ci rimanda anche ad altre realtà ben più problematiche, possa rappresentare la soluzione?

Da un anno, infatti, la pandemia ha gettato tutti noi in una situazione di panico, di sconforto, di paura per il futuro. I più sfortunati, coloro che sono stati contagiati, sono finiti isolati, in ospedale, in maniera forzata. Ma se ci pensiamo bene, già da prima dello scoppio della pandemia, non ce la passavamo affatto bene.

Viviamo in una società dove all’umanità si è sostituito un suo simulacro

Viviamo infatti, oggi, in una società dove le relazioni umane, purtroppo, sono sempre più osteggiate. Dove alle piazze reali, alle strade delle nostre città e paesini, si sono sovrapposte sempre di più le vie della “rete”, le autostrade delle informazioni, le agorà virtuali dei social network.

Al rapporto umano, e al calore che ne consegue, giorno dopo giorno stiamo finendo per abdicarvi a favore di un telefonino, di uno strumento tecnologico, di una videocamera. Insomma, di un grande guanto di plastico che minuto dopo minuto ci avvolge sempre di più, finendo per farci sprofondare all’interno dello stesso. 

La metafora di una deriva sociale da cui dobbiamo guardarci

Purtroppo, l’immagine è metafora di una deriva che non ci auguriamo. In tutto ciò, però, c’è una speranza. Che risiede nel termine che chiunque ha visto quella foto ha pronunciato in maniera spontanea. Vale a dire, il nome del Signore.

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In una società in cui siamo sempre più soli e abbandonati, in cui la “cultura dello scarto” di cui ci parla Papa Francesco è diventata la regola, stabilita per normativa con l’arrivo della pandemia, la vera e unica speranza per ciascuno di noi resta sempre quella del Signore, della sua presenza che non ci lascia mai, che ci fa trovare strade nuove per la salvezza e ci fa guardare con occhi nuovi quelle che già stiamo percorrendo.

Ancora una volta sarà il Signore a tirarci fuori dal male

Sono gli occhi dell’infermiera che, di fronte a una soluzione medica, ha intravisto la speranza che stava invocando il cuore del paziente. Sono state le parole delle persone che hanno visto quell’immagine a intravedervi la mano preziosa e calorosa di un Dio che si fa vicino ai suoi figli, proprio nel momento della maggiore sofferenza, a portare la luce in un mondo di tenebre. La guarigione in uno stato di malattia.

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Ancora una volta, cioè, non sarà una macchina, un supporto tecnologico, magari un robot o chissà quale altra diavoleria a salvarci. Sarà il cuore dell’uomo e la sua disponibilità a prendersi cura del prossimo, invitandolo a guardare il cielo, e stando in loro compagnia, a indicarci la strada per uscire dalla crisi. Quella strada è Gesù, e per questo non dobbiamo mai dimenticarci, anche nelle situazioni più buie, di rivolgerci a Lui. Certi che non farà mai mancare la sua mano poggiata sulla nostra.

Francesco Gnagni

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