Come faccio a capire quale è la mia vocazione?

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“Ogni specifica vocazione – ci dice Benedetto XVI – nasce, infatti, dall’iniziativa di Dio, è dono della Carità di Dio! È Lui a compiere il “primo passo” e non a motivo di una particolare bontà riscontrata in noi, bensì in virtù della presenza del suo stesso amore “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5,5).

Alla priora del monastero di Segovia, in pena per la drammatica situazione di sospensione in cui egli si trovava in quegli anni, San Giovanni della Croce risponde invitandola ad agire secondo Dio: «Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio; e dove non c’è amore, metta amore e raccoglierà amore»”

MA COME FACCIO A CAPIRE QUAL È LA MIA VOCAZIONE? COME CAPIRE A QUALE STRADA SONO CHIAMATO? .

Ci dice ancora Benedetto XVI: “Elemento centrale sarà l’amore alla Parola di Dio, coltivando una familiarità crescente con la Sacra Scrittura e una preghiera personale e comunitaria attenta e costante, per essere capaci di sentire la chiamata divina in mezzo a tante voci che riempiono la vita quotidiana. Ma soprattutto l’Eucaristia sia il “centro vitale” di ogni cammino vocazionale: è qui che l’amore di Dio ci tocca nel sacrificio di Cristo, espressione perfetta di amore, ed è qui che impariamo sempre di nuovo a vivere la “misura alta” dell’amore di Dio. ”

In tutto questo però non dobbiamo restare soli ma sarà più facile capire ciò che Dio ha progettato per noi attraverso una guida spirituale che sappia aiutarci a farci rientrare in noi stessi per ascoltare la voce di Dio che parla.

Vocazione non significa solo farsi prete o suora: è una vocazione anche quella alla famiglia.

E non c’è una vocazione più o meno importante, ma è fondamentale che ognuno scopra la strada a cui è chiamato, perché solo su quella strada troverà la felicità piena.(3’20”)

Il matrimonio come scelta di vita.

Per ogni cristiano il dono stesso della vita è una chiamata, una vocazione alla realizzazione della volontà di Dio. Dio dà la vita a tutte le Sue creature e lo fa per amore, non per soddisfare un Suo bisogno, né per costrizione, ma liberamente e gratuitamente per amore.

Per ogni cristiano c’è dunque una vocazione che nasce con il nascere stesso della vita, ciò lo lega più intimamente e lo rende simile al suo creatore: la vocazione alla vita e alla realizzazione di un progetto d’amore. La Chiesa cattolica propone con fermezza due vie per portare a compimento fino in fondo il progetto che Dio ha su ciascuno di noi: la strada della consacrazione religiosa e la strada del matrimonio. Spesso, anche tra credenti, si è portati a valutare le due scelte con “occhi” diversi. La prima, la scelta di una vita consacrata, è intesa chiaramente come progetto di vita, come un impegno totalizzante che non può che intervenire nella vita di una persona mutandone radicalmente l’andamento. Per il matrimonio questa consapevolezza sembra essere invece assai più rara.

Perché ci si sposa? Nella maggior parte dei casi, perché si è spinti dal sentimento verso l’altra persona e si desidera stare con lei il più possibile, magari tutta la vita, condividendo ‘gioie e dolori’. Ma questo non basta, l’amore, quello vero, richiede il coinvolgimento dell’integrità e della maturità psico-fisica dei due sposi chiamati ad una vita insieme non dal sentimento o dall’attrazione, ma da qualcosa di più profondo.

Il matrimonio è dunque ben altro rispetto alla semplice co-abitazione, è una scelta che deve coinvolgere e ‘stravolgere’ l’intera vita dei due sposi. Non è un caso che nel testo della Bibbia si legge “Perciò abbandonerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne ” (Gn 2, 24). Si tratta di una vita rinnovata in cui si sceglie di compiere la volontà di Dio costituendo un’unità indissolubile con la persona amata, che viene dunque prima di ogni altro affetto e di ogni altro legame terreno. Entrambi, vita religiosa e matrimonio, rispondono pienamente alla vocazione originaria dell’amore, poiché i consacrati sono chiamati ad amare i fratelli e a donare se stessi – sul modello di Cristo e degli Apostoli. Da parte loro, gli sposi sono chiamati ad amarsi reciprocamente sul modello di Cristo e della Chiesa e a partecipare all’azione creatrice di Dio attraverso la fecondità nuziale. Si può obiettare che il matrimonio cristiano sia un’utopia, perché diciamo che è difficile poter amare ed essere amati dalla stessa persona per tutta la vita. Il punto è che il fulcro del sacramento del matrimonio è Cristo. La presenza viva di Gesù Cristo all’interno della coppia, con la Sua grazia, arriva anche laddove le forze umane non arrivano. E’ la Grazia di Cristo, attraverso il sacramento del matrimonio e attraverso il cammino di fede, che gli sposi compiono insieme giorno dopo giorno, il vero fulcro, la vera roccia sulla quale il matrimonio cristiano si costruisce.

Posso testimoniare, nella mia esperienza di matrimonio, che anche per me è stato fondamentale mettere Gesù al centro della mia vita e al centro della mia vocazione di sposa. Fin dal fidanzamento, mio marito e io, abbiamo sentito la gioia e il profondo bisogno di essere sempre guidati e accompagnati dalla preghiera, dalla presenza di Gesù vivo nei sacramenti, nella Sua Parola, negli incontri di preghiera che frequentavamo e, ancora oggi frequentiamo nella nostra comunità di preghiera. Quando si è trattato di capire se veramente il matrimonio era per noi la strada che il Padre aveva scelto, la preghiera insieme, la meditazione della Parola di Dio, il discernimento con la nostra guida spirituale, ci hanno dato subito una risposta e abbiamo sentito forte nel cuore che quella era la scelta giusta per noi. Non a caso, abbiamo scelto come brano del Vangelo, per il nostro giorno di nozze, “Le nozze di Cana”: Maria, la Madre, che intercede verso Gesù, affinché possa aiutare gli sposi nel bisogno, è stata una presenza viva, e lo è tuttora, nel nostro matrimonio. Ogni volta che ci sono stati momenti di prova di difficoltà, abbiamo sperimentato l’aiuto di Dio e la vicinanza di Maria, Sua e nostra Madre.

Il Santo Padre, nella preghiera per le vocazioni, ricorda le parole di Papa Giovanni Paolo II: “La famiglia è comunità di vita e di amore, può rappresentare il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio” (Familiaris consortio).

Famiglia e vocazione sono strettamente connessi: la vocazione dei coniugi ad essere genitori rende possibile la vita e la vocazione dei figli.

Nell’opera di discernimento della vocazione dei figli, è necessario che gli sposi si sentano dei

chiamati, abbiano cioè la coscienza di essersi sposati a seguito di una chiamata di Dio. Quindi che abbiano la certezza di vivere una vita da chiamati: in quanto coppia, nel mutuo dono sul modello di Cristo; in quanto famiglia, nel riconoscere nei figli un “dono nel dono”.

Il figlio non è diritto, possesso, ma persona chiamata da Dio alla vita attraverso il ministero degli sposi, che devono sostenere il figlio nel cammino della vita, fino alla conoscenza della sua particolare chiamata, nel mondo e nella Chiesa.

Se generare è dare la vita, generare alla vocazione comporta che si sia disposti a dare la vita, perché i genitori sanno che non si può dare la vita senza testimoniare che essa è un bene, che merita di spenderla e di spendersi, se fosse necessario fino alla fine.

Essi stessi sperimentano che non possono far trovare ai figli la propria vocazione, se non riscoprono da capo il loro essere (stati) chiamati, se non diventano testimoni di una vita che chiama e che è più grande di loro. Se generare ti fa sembrare che il figlio sia tuo, fargli ascoltare la chiamata

della vita esige che tu gli attesti che deve scegliere non te, ma Colui che chiama. Non deve scegliere ciò che tu vorresti per lui, poiché Dio può avere un progetto diverso dal nostro per i nostri figli.

Anche Gesù è dovuto andare “per occuparsi delle cose del Padre suo”, ma ha potuto farlo solo perché è stato lasciato partire da sua madre e dal suo padre putativo. I figli non sono nostra proprietà, devono essere lasciati partire. Spesso si dice che i figli devono “fare la loro vita”, ma sarebbe meglio dire che devono trovare la loro strada. Lasciargli fare la loro vita può generare disinteresse, lasciargli trovare la loro strada esige cura e dedizione. rapporto tra famiglia e vocazione. La famiglia è il grembo generante, che attraverso la cura, l’affetto e la parola, dona la vita con il senso della fiducia, della responsabilità e dell’apertura al mondo. La famiglia che ha generato non dà solo la vita, ma deve lasciare che la vita parta, cioè che segua la promessa che porta con sé.

Le caratteristiche stesse della vita coniugale, contengono elementi essenziali per il discernimento e la crescita vocazionale del figlio. La famiglia diventa così il luogo della proposta vocazionale.

Oggi ogni vocazione deve essere oggetto di dialogo e chiarimento. C’è una grande sfida ai nostri giorni poiché il contesto nel quale viviamo richiede di presentare in forma stimolante le ragioni umane del matrimonio e della famiglia, di fronte a modelli presenti nella società, che pongono interrogativi e disorientano (coppie di fatto, convivenze, separazioni e divorzi); fin dai primi anni di vita sociale dei bambini, occorre presentare e motivare in modo autentico il modello di matrimonio e di famiglia, che è trasmesso dal progetto biblico.

La famiglia riceve la forza per attuare ciò se è unita alla comunità credente, se non rimane isolata e poggia sulle sue sole forze.

Anche per noi, è importante far vivere e crescere i nostri figli in mezzo alla nostra comunità di preghiera, specialmente nel periodo della loro adolescenza, quando gli esempi ed i consigli dei genitori non bastano più, anzi a volte vengono rifiutati dai ragazzi. E’ importante che essi trovino sani esempi da seguire all’interno della comunità, per essere rafforzati e capaci di discernere ciò che è vero bene e ciò che è male, in mezzo a tanti modelli che la loro esperienza nell’essere nel mondo propone loro.

A questo proposito, leggiamo alcuni passi tratti dalla lettera del card. Martini ai genitori: “Una famiglia che si isola, che difende la propria tranquillità sottraendosi agli appuntamenti comunitari risulta alla fine più fragile e apre la porta a quel nomadismo dei giovani che vanno qua e là assaggiando molte esperienze, anche contraddittorie, senza nutrirsi di nessun cibo solido.

Mi capita talora di raccogliere nei genitori una specie di paura, di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Penso che un papà e una mamma possano comprendere quale grande grazia sia il dono del sacerdozio e possano perciò rallegrarsi se un loro figlio sente l’attrattiva per questa strada: vi assicuro che non gli mancherà la gioia, se sarà un bravo prete. La bellezza cristiana della vita di un bravo prete e la grazia straordinaria che rappresenta un prete santo per una comunità devono suggerire a tutti di pregare perché nelle nostre comunità non manchino i preti. La preghiera per le vocazioni al ministero sacerdotale deve essere condivisa da tutta la comunità. Invito anche voi a pregare in famiglia e a suggerire questa intenzione di preghiera anche ai vostri figli, in obbedienza alla parola del Signore: “pregate il padrone della messe che mandi operai per la sua messe”(Lc 10,2).

VOCAZIONE ALLA VITA CONSACRATA

1 Sam Cap 3

Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti.

In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” e quegli rispose: “Eccomi”,

poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire.

Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!” e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quegli rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”.

In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.

Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto.

Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Samuele andò a coricarsi al suo posto.

Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”.

Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

Samuele viene scelto dal Signore per una missine speciale, per stare in modo tutto particolare al suo servizio; Dio chiama Samuele e lo sceglie per essere il suo portavoce: parlerà al popolo in nome di Dio, dirà al popolo quello che Dio stesso dirà a lui.

Che meriti ha Samuele per essere stato scelto ? Nessuno!

Dio sceglie un’anima e chiede di donare tutta la vita al suo servizio solo per un suo disegno di amore, non c’entrano niente i nostri meriti; quell’anima però è chiamata da parte sua a corrispondere alla chiamata di Dio, come Samuele, di cui si dice che non lasciò andare a vuoto nessuna delle parole del Signore.

Riguardo alle persone scelte per una vocazione di speciale consacrazione Il Papa ci ricorda che «Nel terreno del nostro cuore [Dio] ha piantato prima la radice dell’amore verso di Lui e poi si è sviluppato, come chioma, l’amore fraterno»

Queste due espressioni dell’unico amore divino, devono essere vissute con particolare intensità e purezza di cuore da coloro che hanno deciso di intraprendere un cammino di discernimento vocazionale verso il ministero sacerdotale e la vita consacrata; ne costituiscono l’elemento qualificante. Infatti, l’amore per Dio, di cui i presbiteri e i religiosi diventano immagini visibili – seppure sempre imperfette – è la motivazione della risposta alla chiamata di speciale consacrazione al Signore attraverso l’Ordinazione presbiterale o la professione dei consigli evangelici. Il vigore della risposta di san Pietro al divino Maestro: «Tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21,15), è il segreto di una esistenza donata e vissuta in pienezza, e per questo ricolma di profonda gioia.”4 minuti

COME HO CAPITO CHE GESÙ VOLEVA CHE OFFRISSI TUTTA LA VITA A LUI?

Certamente posso dire che quando il Signore vuole dirti una cosa te la fa capire bene in mille modi, anche se ti tappi le orecchie;

io posso veramente testimoniare che Gesù ha veramente avuto tanta pazienza con me, perché per parecchio tempo ho fatto la finta tonta dicendo a me stessa: non è possibile che Lui mi voglia consacrata, in fondo ho sempre avuto il desiderio di farmi una famiglia, mi sento portata a questo; ma Lui mi parlava attraverso tanti avvenimenti, attraverso la testimonianza di anime consacrate che vivevano una gioia particolare, che trasmettevano una serenità che trovavo solo in chi è innamorato di Gesù.

Ma io avevo paura di capire che quella chiamata era anche per me, perché in fondo avevo già programmato altre cose nella mia vita e questo veniva un po’ a sconvolgere i miei piani.

Poi una sera, durante l’adorazione, pregavamo aprendo a caso la Parola di Dio; quando mi sono inginocchiata davanti al santissimo sacramento, prima di aprire la Parola di Dio ho fatto questa preghiera: Gesù, dammi una parola per la mia vita, ho aperto e gli occhi mi si sono posati su queste parole: “Non Temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto darvi il Suo Regno”.

In quel momento è stato come se Gesù in persona mi avesse detto: TI VOGLIO SOLO PER ME, HAI CAPITO?

c’è stato poi un cammino per accogliere la volontà di Dio su di me, finché una sera, sempre durante un incontro di adorazione sono riuscita a dirgli con il cuore: Signore, qualunque cosa tu desideri da me io ne sono felice.

Da quel momento ho veramente capito che quando il Signore ci chiede qualcosa, quella è la strada per renderci felici e non ce ne sono altre che possiamo costruirci da soli, anche se ci lascia sempre liberi.

Dice il salmista: che cos’è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato.

Grazie Signore, perché stai scrivendo con ognuno di noi una storia d’amore,

grazie, perché solo per amore ci hai creati dal nulla e ci chiami a vivere con te ognuno in una strada che tu hai scelto perché in essa possiamo trovare la felicità piena.

Grazie, per questo amore senza riserve che ci precede, ci sostiene lungo il cammino della vita, e che è assolutamente gratuito.

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