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Dopo il colpo di stato, la Chiesa invita il popolo alla preghiera

A poco più di 48 ore dal golpe “silenzioso” ad opera dei militari, i vescovi pregano per la riconciliazione e invitano alla calma.

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In questi giorni drammatici, uno dei problemi più rilevanti sembra essere la difficoltà di comunicazione tra i cittadini birmani, coinvolti loro malgrado nel golpe.

Tutto è iniziato nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, quando camionette dell’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing hanno fatto irruzione nei palazzi governativi della capitale Naypydaw. Il presidente della Repubblica, U Win Myint, e la leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, sono stati arrestati.

I militari sospettano brogli

Il partito di Aung San Suu Kyi aveva vinto le elezioni lo scorso 8 novembre, con percentuali plebiscitarie e oggi avrebbe dovuto tenersi l’insediamento del nuovo parlamento. Le Forze Armate, tuttavia, sospettano brogli e hanno dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, imponendo un governo provvisorio fino alle prossime elezioni. Nel frattempo, i militari indagheranno sulle presunte irregolarità nel voto.

Secondo quanto riferisce l’agenzia Fides, sulla scorta delle informazioni raccolte da fonti locali, al momento nel paese non è in atto alcuna protesta. Si è trattato di un colpo di stato “soft”, in cui, però, se i cittadini dovessero scendere in piazza, l’esercito potrebbe rispondere con le armi. I militari hanno tagliato ogni comunicazione via Internet, pertanto la popolazione si è resa conto di quanto era successo soltanto dopo parecchie ore.

Il cardinale Bo irreperibile

Per evitare un bagno di sangue, l’episcopato birmano invita alla prudenza e alla preghiera, in modo che si possa giungere a una soluzione pacifica e negoziata della crisi. “Bisogna vivere con uno spirito di vigilanza e preghiera”, ha dichiarato il vescovo ausiliare di Yangon, monsignor John Saw Yaw Han, nel suo appello ai cattolici birmani. Il cardinale Charles Maung Bo, titolare dell’arcidiocesi, si trova nello stato di Kachin per motivi pastorali già da prima del golpe e attualmente è irraggiungibile.

Alla fine di gennaio, il porporato, consapevole della tensione che albergava nel paese, aveva invitato i leader etnici, politici e militari a un “maggiore impegno per la pace e la riconciliazione”. In modo particolare, il cardinale Bo aveva sottolineato la necessità di porre fine alle discriminazioni razziali, chiedendo anche la demilitarizzazione del paese, le riforma della magistratura, del sistema scolastico e di quello sanitario.

“Sacerdoti siano prudenti”

Nel messaggio diffuso ieri, il vescovo ausiliare Saw Yaw Han ha fatto appello innanzitutto ai sacerdoti: “Siano vigili e controllino le persone che entrano nel complesso della Chiesa, per motivi di sicurezza”. Ai parroci e ai religiosi, il presule ha raccomandato anche di “non rilasciare dichiarazioni individuali” per non seminare incertezze ed equivoci tra i fedeli, e a “vigilare sui servizi liturgici, incoraggiando tutti i fedeli a pregare intensamente per la pace in Myanmar”. Ha infine esortato i fedeli tutti a “provvedere a riserve di cibo per evitare carenze” e a “curare anche scorte di medicinali, per ogni necessità della salute della gente”.

Il partito di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, già vittima di un precedente golpe militare nel 1990, aveva vinto le elezioni dello scorso novembre con oltre l’80%. Diventata un simbolo della democrazia e dei diritti umani nel Sud Est asiatico, Aung San Suu Kyi è stata scarcerata dopo vent’anni, nel 2010. In seguito, è diventata parlamentare (2012) e premier (2016). Il suo secondo arresto rischia di interrompere bruscamente una transizione democratica che, seppur faticosamente, stava andando avanti in Myanmar da un decennio. [L.M.]

Fonte: Fides

Luca Marcolivo

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Luca Marcolivo

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