«Perché non possiamo cambiare la direzione del vento, ma possiamo sistemare le vele in modo da poter raggiungere la nostra destinazione in Cristo Gesù nostro Signore». Chi ti accoglie con una lettera sulla propria bara, tra decine di cestini colmi di fiori e infiniti rosari masticati con calma, non può che desiderare una festa, per il proprio funerale.
Angelica Tiraboschi, 19 anni, è morta sabato mattina e i genitori, quando da Pontirolo Nuovo l’hanno raggiunta all’Istituto europeo di oncologia, a Milano, l’hanno trovata con le braccia aperte, i palmi delle mani rivolti all’insù. «Se ne è andata così, bellissima, incontro al suo Signore».
Papà Marcello confessa subito di avere un problema: «Non sono degno di mia figlia» dice mentre nel soggiorno di casa, nella frazione Fornasotto, scorre alcune frasi che Angelica gli ha lasciato negli ultimi mesi, distillato di fede matura. Accarezza con gli occhi la fotografia scelta per il necrologio della figlia, l’ultima prima della malattia, racconta di quel giorno quando la sua Angelica con un abbraccio scoprì il male, ed è tutto un illuminarsi di sorrisi per lei che «da subito mi disse di non angosciarmi. “Papà è la volontà di Cristo, non preoccuparti: la Croce la porto io. Ma quando sono stanca, te la dò per un po’. E poi la riprendo”. Mi diceva così quando ancora sembrava che il tumore si potesse curare».
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