L’altra faccia dell’Iraq: quando l’odio non ha l’ultima parola

L’amicizia tra fedeli di religioni diverse non è solo materia di tavole rotonde accademiche o di documenti pontifici.

Il dialogo interreligioso si coltiva ogni giorno ma soprattutto si incarna in persone concrete, in carne ed ossa.

Se nel recentissimo passato, abbiamo assistito a quanto male e quanta morte può fare il fanatismo religioso, oggi nella piana di Ur, abbiamo avuto delle mirabili testimonianze di segno opposto.

Dawood e Hasan: un’amicizia islamo-cristiana

Come quella di Dawood e Hasan (foto), due diciottenni di Bassorah, che hanno preso la parola durante l’incontro interreligioso con papa Francesco. L’uno è cristiano l’altro è musulmano. Entrambi frequentano la “quarta superiore” e sono amici da quando avevano dieci anni. I due ragazzi hanno sempre “giocato” e “studiato insieme”, poi quando ad entrambi hanno iniziato a scarseggiare i risparmi, hanno “deciso di iniziare un lavoro part-time”, ha raccontato Dawood.

Non volevamo semplicemente stare ad aspettare che qualcuno ci offrisse un lavoro – ha proseuito Hasan – perché questo avrebbe richiesto troppo tempo. Nel 2020 abbiamo preso un prestito di due milioni di dinari ($1.650) per affittare un negozio nel centro di Bassora con l’intenzione di vendere vestiti”.

Incoraggiati dalle rispettive famiglie e dagli amici, i due giovani stanno avendo successo nel lavoro: “Tutti vengono a comprare da noi – ha detto Dawood –. Questo piccolo progetto ci rende felici e piano piano stiamo ripagando il nostro debito. Lavoriamo in modo tale che il tempo dedicato allo studio non ne risenta: ci organizziamo con i tempi e prestiamo anche attenzione alla prevenzione contro il Covid 19”.

Ora Dawood e Hasan ambiscono a intraprendere e concludere cli studi universitari: il primo è propenso per la “comunicazione”, il secondo ama l’“arte”.

Anche se Dawood ed io non apparteniamo alla stessa religione, le nostre storie mostrano come sia possibile lavorare insieme, e anche che si può essere amici”, ha dichiarato Hasan.

Da parte sua, Dawood ha aggiunto: “Ci piacerebbe che molti altri iracheni vivessero la nostra stessa esperienza. Noi non vogliamo la guerra, la violenza, l’odio: noi vogliamo che le persone nel nostro Paese lavorino insieme e siano tra loro amiche”.

Il giovane cristiano ha quindi ringraziato il Santo Padre per aver invitato lui e il suo amico a dare testimonianza: “Preghiamo per Lei, così come per l’Iraq e per il mondo intero – ha concluso –. Per favore, preghi per la pace in Iraq, e affinché la convivenza possa sempre essere raggiunta”.

I Sabei-Mandei: una ‘minoranza creativa’

Di seguito è intervenuta Rafah Husein Baher, una donna di religione Sabea- Mandea, culto gnostico e monoteistico diffuso tra Iraq e Iran. Rafah ha chiesto al Papa di “benedire tutti gli iracheni con il perdono. Lei stessa ha visto i propri figli, fratelli e parenti “fuggire con numerose destinazioni e motivazioni. Come individui dispersi – ha detto – rimaniamo con la paura dell’ignoto dentro di noi”.

Anche la signora Baher ha dato testimonianza delle buone relazioni interreligiose sperimentate nella sua città.  “A Bassorah – ha raccontato – c’era un uomo Sabeo-Mandeo, il cui nome era Najy. Ha perso la vita per salvare la famiglia del suo vicino musulmano”. E ha riferito di come il terrorismo abbia “violato la nostra dignità con impudenza”, in un paese dove l’amicizia tra tradizioni religiose diverse era una realtà concreta e forte.

Santità, ora Lei semina semi d’amore e di felicità – ha detto la donna rivolta a Francesco –. Per la forza del motto della Sua visita – Siete tutti fratelli – dichiaro qui che resterò nella terra dei miei antenati. Sarò sepolta vicino a mio padre: è una mia decisione, per rispetto delle grandi parole: siamo tutti fratelli. Vorrei che lo sentiste nella lingua di Giovanni Battista: enyan bahdady ahe”.

Ur: arte, storia, turismo e pellegrinaggi nel segno della pace

Quarta e ultima testimonianza è stata quella di Ali Zghair Thajeel, musulmano sciita, docente all’Università di Nassiriya. Il professor Thajeel si è detto “orgoglioso” di aver avuto i natali a Ur, “città con più di 6.000 anni, citata nella Sacra Bibbia, nel Sacro Corano e nella maggior parte delle Sacre Scritture. Ur – ha ricordato – è decorata da antichi monumenti storici, grandi reliquie e molte conquiste, al culmine delle quali c’è la convivenza”.

Negli ultimi anni, Thajeel ha stretto amicizia con vari uomini di Chiesa, tra i quali ha citato padre Imad Albana della Chiesa Caldea di Bassorah, che lo ha incoraggiato nella valorizzazione turistica di Ur. Poi ha incontrato il cardinale Louis I Raphael Sako, che a Ur ha organizzato numerosi pellegrinaggi.

Vale la pena menzionare che la Chiesa in Iraq ha trattato tutti gli iracheni allo stesso modo, indipendentemente dalla loro affiliazione o etnia, specialmente durante le crisi che abbiamo dovuto affrontare – ha detto il professor Thajeel, con toni di gratitudine –. In tali difficili circostanze, la Chiesa è stata sempre la prima ad aiutare i bisognosi, fornendo (in collaborazione con Caritas-Iraq) cibo e aiuti medici, raggiungendo Jebayesh, Al-Fuhood, Al-Shatrah e Gharraf, oltre a Nassiria”.

Anche i “fratelli Sabei-Mandei” hanno collaborato ai progetti di Thajeel e “sono stati i primi a partecipare e ad accogliere i pellegrini. Ciò dimostra – ha commentato il professore – come tutto l’Iraq sia presente, unito dalla fede in questa terra benedetta”.

Ringraziando il Papa, il docente ha concluso promettendo “di continuare a lavorare e a pregare per la pace, la sicurezza, la fraternità e la convivenza nella città del sapere e degli eruditi”.

Luca Marcolivio

 

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