Papa Francesco in Iraq: parla di una profezia che si deve realizzare

La seconda giornata di papa Francesco in Iraq è all’insegna del dialogo interreligioso. Caratterizzato da un incontro storico dove 

Nelle prime ore del mattino ha avuto luogo a Najaf la visita al Grand Ayatollah Sayyd Ali Al-Husayni Al-Sistani, leader della comunità sciita irachena.

Storica visita all’ayatollah

Durante la visita di cortesia, durata circa tre quarti d’ora, il Santo Padre ha ringraziato l’ayatollah perché, “assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza e alle grandi difficoltà degli anni scorsi, ha levato la sua voce in difesa dei più deboli e perseguitati, affermando la sacralità della vita umana e l’importanza dell’unità del popolo iracheno”, ha riferito in una nota il direttore della Sala Stampa Vaticana, Matteo Bruni.

Una sosta breve ma epocale poi, subito di nuovo in aereo alla volta di Nassiriya, dove il Santo Padre è stato accolto da monsignor Habib Hermiz Jajou Al Nawfali, arcivescovo di Bassoraj dei Caldei. Poi il trasferimento in automobile ad Ur dei Caldei, dove ha avuto luogo l’incontro interreligioso, con testimonianze di fedeli comuni, cristiani e musulmani.

Uniti sotto il Cielo di Abramo

Ur, ha ricordato il Pontefice, nel suo discorso, è un “luogo benedetto”, che “ci riporta alle origini, alle sorgenti dell’opera di Dio, alla nascita delle nostre religioni”. È proprio a Ur, infatti, che “Abramo nostro padre” e in questo luogo “ci sembra di tornare a casa”, ha commentato. Oggi, tutti insieme, “ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra”.

Così come Abramo vide nelle stelle “la promessa della sua discendenza”, anche noi contemporanei, in quelle stesse stelle che “illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Se si vuole “custodire la fraternità”, ha aggiunto il Papa, è fondamentale “non perdere di vista il Cielo”. Tutti gli uomini di fede, indipendentemente dall’appartenenza, sono quindi chiamati ad aiutare i loro “fratelli e sorelle” a “elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo”.

L’uomo “non è onnipotente” e “se estromette Dio, finisce per adorare le cose terrene”. Servire Dio fa “uscire dalla schiavitù dell’io” e “spinge ad amare”. Proprio per questo, ha ricordato Francesco, “Dio è misericordioso” e “l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello”.

Il terrorismo tradisce la religione

Ostilità, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso: sono tradimenti della religione. E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione – ha proseguito Bergoglio –. Non permettiamo che la luce del Cielo sia coperta dalle nuvole dell’odio!”, ha detto, ricordando le “nubi oscure del terrorismo”, che si sono addensate nel recente passato dell’Iraq e di cui “hanno sofferto tutte le comunità etniche e religiose”.

Una preghiera è stata rivolta dal Santo Padre “per quanti sono ancora dispersi e sequestrati, perché tornino presto alle loro case” e “perché ovunque siano rispettate e riconosciute la libertà di coscienza e la libertà religiosa”: entrambe sono “diritti fondamentali, perché rendono l’uomo libero di contemplare il Cielo per il quale è stato creato”.

Nonostante i crimini degli uomini, “il Cielo non si è stancato della Terra: Dio ama ogni popolo, ogni sua figlia e ogni suo figlio! Non stanchiamoci mai di guardare il cielo – ha aggiunto il Pontefice – di guardare queste stelle, le stesse che, a suo tempo, guardò il nostro padre Abramo”.

Tenendo gli occhi fissi al Cielo, Abramo dovette uscire dalla sua terra e “rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli”. E anche noi “abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri”. Non sarà “l’isolamento” a salvarci, né tantomeno “ci salveranno la corsa a rafforzare gli armamenti e ad erigere muri, che anzi ci renderanno sempre più distanti e arrabbiati. Non ci salverà l’idolatria del denaro, che rinchiude in sé stessi e provoca voragini di disuguaglianza in cui l’umanità sprofonda. Non ci salverà il consumismo, che anestetizza la mente e paralizza il cuore”.

La pace: una profezia ancora irrealizzata

Il Papa ha proseguito parlando della pace, troppo a lungo assente dalla terra irachena: “Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi”. E ha definito “indegno che, mentre siamo tutti provati dalla crisi pandemica, e specialmente qui dove i conflitti hanno causato tanta miseria, qualcuno pensi avidamente ai propri affari”.

Purtroppo, non si è ancora realizzata la profezia di Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci” (Is 2,4). Questo faticoso cammino inizierà dalla “rinuncia ad avere nemici”. Ciò sarà possibile se avremo “il coraggio di alzare gli occhi e guardare le stelle, le stelle che vide il nostro padre Abramo, le stelle della promessa”.

Francesco ha quindi denunciato una serie di iniquità non solo irachene ma mondiali: “Sta a noi esortare con forza i responsabili delle nazioni perché la crescente proliferazione delle armi ceda il passo alla distribuzione di cibo per tutti. Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità!”. E ha aggiunto: “Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori. Sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti!”.

Dopo aver ringraziato le persone che, prima del suo discorso, hanno offerto una testimonianza di pace e di dialogo, il Santo Padre si è unito ai presenti per la recita della Preghiera di Abramo, che ha accomunato tutti i credenti, cristiani, ebrei, musulmani e “persone di buona volontà”.

Luca Marcolivio

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