Aborto selettivo? oggi come sotto nazismo, solo con i guanti bianchi: il Papa su famiglia e aborto

 

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Il Papa sull’aborto

Papa Bergoglio su famiglia e aborto: secondo molti dei suoi detrattori, il pontefice sarebbe accomodante verso argomenti pro-life e molto più duro ed intransigente verso tematiche sociali quali l’accoglienza ai migranti, la tolleranza verso le minoranze, ecc. Oggi il s. Padre smentisce (e non è la prima volta) questo doppiopesismo di cui è accusato, in occasione del discorso pronunciato nel corso dell’udienza concessa ad una delegazione di rappresentanti del Forum delle associazioni familiari nella ricorrenza dei 25 anni di questa organizzazione.

Il pontefice ha fatto delle dichiarazioni molto forti, che dovrebbero aver soddisfatto tutti coloro che – nel mondo cattolico – aspettano con costante trepidazione una dichiarazione in materia di famiglia e diritto alla vita. Tanto per cominciare, una premessa fondamentale: non si è trattato di un discorso già scritto (magari chissà da chi) a cui il pontefice ha dato una frettolosa lettura. Vista la centralità dell’argomento, il papa ha volutamente lasciato il testo scritto già preparato (“Mi sembra un po’ freddo” ha commentato), per andare a braccio ed affrontare in maniera del tutto spontanea e sincera, le tematiche dell’udienza: così, come solo un buon amico o un padre sanno fare, ha parlato ai presenti in maniera colloquiale, diretta, senza filtri… Molti i temi affrontati, a cominciare da quello dell’idea stessa di famiglia: «la famiglia immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna. Può darsi che non siano credenti ma se si amano e uniscono in matrimonio sono a immagine e somiglianza di Dio. Per questo il matrimonio è un sacramento grande».

Qui il Papa da un lato ribadisce come la coppia per antonomasia sia solo quella maschio/femmina, descritta archetipicamente nei primi capitoli del libro della Genesi: il matrimonio come sacramento ha questo di specifico, perché è una realtà che già esiste nell’economia della creazione.

La precisazione immediatamente successiva tuttavia “Può darsi che non siano credenti” apre alcune questioni, estremamente diffuse nella società secolarizzata in cui viviamo, già descritte ed affrontate nell’enciclica Familiaris Consortio al n. 68, “Celebrazione del matrimonio ed evangelizzazione dei battezzati non credenti”. In esso il magistero della Chiesa invita ad accogliere anche i futuri sposi la cui fede può risultare vaga o fragile, proprio in virtù del fatto che

«La decisione dunque dell’uomo e della donna di sposarsi secondo questo progetto divino, la decisione cioè di impegnare nel loro irrevocabile consenso coniugale tutta la loro vita in un amore indissolubile ed in una fedeltà incondizionata, implica realmente, anche se non in modo pienamente consapevole, un atteggiamento di profonda obbedienza alla volontà di Dio».

In pratica, vanno rifiutate solo le richieste di matrimonio proposte da coppie che «mostrano di rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere quando si celebra il matrimonio dei battezzati»: sembra quindi piuttosto chiaro che il papa non inventa nulla e, a sottolineare la centralità della dimensione spirituale del matrimonio, il papa ha poi auspicato l’istituzione di un catecumenato per il matrimonio, cioè un lungo periodo di formazione che conduca ed accompagni le coppie a vivere in maniera piena questo sacramento: così come il sacerdozio è preceduto da un lungo periodo di ricerca vocazionale e di formazione intellettuale e spirituale, così andrebbe fatto almeno in parte per il matrimonio[1].

L’udienza ha visto poi trattare un tema che abbiamo affrontato molte volte su questo sito, l’aborto di feti malati. Durissime le parole del pontefice:

«Ho sentito dire che è di moda – ha detto -, o almeno è abituale che quando nei primi mesi di gravidanza si fanno gli studi per vedere se il bambino non sta bene o viene con qualcosa, la prima offerta è: “lo mandiamo via”». «L’omicidio dei bambini: per risolvere la vita tranquilla si fa fuori un innocente». «Da ragazzo – ha aggiunto Francesco – la maestra che faceva storia ci diceva della rupe, per buttarli giù, per salvaguardare la purezza dei bambini. Una atrocità, ma noi facciamo lo stesso». «Perché – si è chiesto ancora il Papa ad alta voce – non si vedono nani per la strada? Perché il protocollo di tanti medici dice: viene male, mandiamolo via».«Il secolo scorso – ha scandito il Pontefice – tutto il mondo si è scandalizzato per quello che facevano i nazisti. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi».

Fa indubbiamente piacere osservare che, così come in questo piccolo sito, anche il s. Padre non esita a collegare le pratiche nazionalsocialiste di eliminazione dei disabili (di cui abbiamo parlato qui) con le pratiche che portano alcuni civilizzatissimi paesi scandinavi all’aborto della totalità o quasi dei feti portatori, ad esempio ma non solo, di trisomia 21 (di cui abbiamo parlato qui). L’uso di termini semplici, presi dal linguaggio della strada, rende ancor più efficace l’espressione “guanti bianchi”: del resto, la frase “Per avere la vita tranquilla, si fa fuori un innocente”, non deve essere piaciuta molto a chi in queste settimane per motivi di mera opportunità politica – sta stendendo tappeti rossi a Bergoglio e alla Chiesa in generale. Da Sparta ai nazisti alle moderne liberaldemocrazie: in tema di diritto alla vita dei più deboli non è cambiato nulla.

Il Papa infine ha bacchettato i vari critici della Amoris Lætitia, sottolineando che non si tratta di un documento che apre ad una lettura “caso per caso” delle situazioni che analizza, ma anche anzi vuole accompagnare i fedeli ad una massima responsabilizzazione verso “il dono più grande” (così lo ha definito il papa) che Dio ha fatto all’umanità: la famiglia. Con tutte le difficoltà e gli imprevisti che la vita familiare comporta, questa diventa così una vera e propria scuola di santità: l’esortazione diventa così, nelle intenzioni del pontefice, uno strumento di accompagnamento per vivere il matrimonio con maggiore maturità e consapevolezza.

Alessandro Laudadio

[1] «Una volta una donna, a Buenos Aires, mi ha detto: “Voi preti siete furbi: studiate otto anni per diventare preti, e poi se dopo qualche anno la cosa non va, una bella lettera a Roma e ti danno il permesso e tu puoi sposarti. Invece a noi, che ci danno un sacramento per tutta la vita, ci accontentate con tre o quattro conferenze di preparazione, e questo non è giusto”».