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Santi

Zeppole di San Giuseppe: chi non ne mangerebbe una? Storia e ricetta

E’ singolare notare che anche la Quaresima, che porta con se digiuni, fioretti e rinunce, fa una “pausa dolciaria” il 19 Marzo, per omaggiare San Giuseppe, il padre putativo di Gesù.

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A quanto pare, le zeppole di San Giuseppe dividono in due la nostra amata Patria (citazione di una mia amica golosa del nord), poiché più su di Roma non se ne trova traccia!

Perché le zeppole si associano a San Giuseppe?

La tradizione associa quelle particolari zeppole a San Giuseppe, per diversi motivi.
In primo luogo, si racconta che, dopo la fuga in Egitto, Paese in cui Giuseppe portò Maria e Gesù, per sfuggire alle mani assassine di Erode (che cercava il piccolo per ucciderlo, in quanto ne temeva la regalità), il Santo, trovandosi in terra straniera, dovette arrangiarsi per mantenere la famiglia.

Così, oltre a lavorare il legno, come faceva abitualmente, si attrezzò anche come venditore di frittelle, quelle che oggi, un po’ rivisitate dalla storia e dai pasticceri regionali, chiamiamo zeppole.

Un’altra storia, invece, sottolinea che, un paio di giorni prima del 19 Marzo, i pagani usavano celebrare Bacco e Sileno (due divinità alquanto ambigue e crudeli), per ottenerne il loro favore ed avere una buona produzione di vino e grano.
I pagani romani, per questo, organizzavano dei festeggiamenti, in cui bevevano vino e ambrosia e mangiavano chili di frittelle di frumento, cotte nello strutto bollente.

Fu l’Imperatore Teodosio II ad eliminare ogni culto pagano. Probabilmente, però, quelle frittelle erano troppo buone per lasciarle cadere nel dimenticatoio e finirono per omaggiare -con gran merito- San Giuseppe.
Ma il 19 Marzo è anche una data molto prossima all’inizio della primavera. Corrispondeva ai giorni dei “riti di purificazione agraria”, che si inauguravano, appunto nel meridione, con feste a base di frittelle e danze, per attendere tutti insieme l’equinozio.

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Come preparare le zeppole di San Giuseppe

Le zeppole dell’antica Roma erano a base di farina, acqua e sale, senza farcitura, ma con un pizzico di cannella o di zucchero. Nel XVIII secolo, divennero ciambelle di pasta choux (bignè), ripiena di crema pasticcera e con un amarena sciroppata in cima.
Si attribuisce alle Suore del 1700, la forma attuale delle zeppole.

Qualcuno, però, pensa che siano merito di Pasquale Pintauro, inventore anche della sfogliatella. Lui, basandosi sulla storia delle antiche frittelle romane e sulla ricetta scritta dal collega e letterato Ippolito Cavalcanti, nel 1837, aggiunse le uova.

Persino Goethe, alla fine del 1700, dopo aver visitato Napoli e assaggiato le zeppole di San Giuseppe, non poté fare a meno di scrivere qualcosa in merito. “Oggi era anche la festa di S. Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè venditori di pasta fritta. Sulle soglie delle case, grandi padelle erano poste sui focolari improvvisati.

Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle, che gettava nell’olio bollente, un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo, le ciambelle che man mano erano cotte e, con un altro spiedo, le passava a un quarto garzone che le offriva ai passanti”.

Oggi quelle frittelle/zeppole, oltre ad essere gustate fritte, si mangiano anche fatte in formo (ultimissima versione, meno calorica) e in diverse varianti, che cambiano da Regione a Regione.

L’origine del termine “zeppola”

Anche sull’origine del termine “zeppola” ci sono diverse teorie.
Quella che scegliamo di raccontare si riferisce alla derivazione dal latino “cippus”. “Cippus” è una parola napoletana che indicava le zeppe, che alcuni portavano nelle scarpe (specialmente i nobili), per correggere la calzatura. Erano di legno, fatte da coloro che facevano lo stesso lavoro di San Giuseppe, guarda caso.

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Detto ciò, che ne dite di cominciare a tentare di preparare delle buonissime zeppole di San Giuseppe, per fare una gradita sorpresa a tutti i papà come lui (e non solo)?

Antonella Sanicanti

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