Vescovo denuncia la persecuzione silenziosa nel Paese dove appare la Madonna

In Bosnia-Erzegovina, dove si trova Medjugorje, la minoranza cattolica nel paese continua a essere discriminata. Lo denuncia Mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka.

Sono trascorsi ormai ventisei anni dall’Accordo di Dayton, il protocollo che ha sancito la fine di tre anni di guerra culminati nell’eccidio di ottomila bosgnacchi (bosniaci musulmani) a Srebrenica.

Monsignor Franjo Komarica – photo web source

La vita in Bosnia-Erzegovina però è rimasta difficile. Gli accordi hanno portato a una spartizione etnica e religiosa del Paese, diviso tra Federazione di Bosnia-Erzegovina (croato-cattolica e musulmana) e Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (Republika Srpska, a prevalenza serba e cristiano ortodossa).

La Bosnia-Erzegovina, un paese diviso

Il problema è che a Dayton non è stata trovata una soluzione politica. Si è pensato solo a congelare il conflitto senza portare a una vera pacificazione tra le parti belligeranti.
Il paese così è rimasto profondamente diviso e instabile sul piano politico e economico.

Non vanno meglio le cose sul piano della libertà religiosa. La minoranza cattolica nel Paese continua a essere discriminata, come segnala Mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cittadina del nord-est della Bosnia-Erzegovina.

La duplice discriminazione dei cattolici

In Bosnia i cattolici sono due volte discriminati: nella Federazione croato-musulmana perché non di fede islamica, nella Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina perché i cattolici sono prevalentemente di origine croata.

Lo sanno bene i pellegrini di Medjugorje che alla frontiera tra Croazia e Bosnia devono spesso subire controlli discriminatori e talvolta si vedono anche sequestrare i documenti (nel 2012 su questi fatti è stata anche presentata un’interrogazione alla Commissione Europea).

Non è certo la prima volta che il vescovo – candidato al Nobel per la pace nel 2004 –denuncia la discriminazione anticattolica. In passato ha fortemente criticato il silenzio della comunità internazionale, inerte davanti alle gravi violazioni dei diritti umani in Bosnia dove tra le altre cose si impedisce ai cattolici di far ritorno ai villaggi dai quali sono stati cacciati al tempo della guerra di Bosnia (70mila profughi solo nella diocesi di Banja Luka).

Stato di diritto? No, un Absurdistan

Proprio in questi giorni l’Opera di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” ha raccolto la nuova denuncia di Monsignor Komarica. Il vescovo – che di recente ha definito la Bosnia-Erzegovina un “Absurdistan” – è tornato a criticare l’ignavia della comunità internazionale, e in particolare dell’Europa, che ha tollerato la guerra per procura combattuta nel paese dal 1992 al 1995 e non ha saputo accompagnare la Bosnia verso lo stato di diritto. Il paese così naviga a vista in una specie di “caos controllato”.

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medjugorje
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L’uomo di chiesa sottolinea la difficile situazione di uno stato “formato da tre popoli costituenti (serbi, bosgnacchi e croati; ndr) e da due entità (Federazione di Bosnia-Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina; ndr)”. Una situazione ulteriormente complicata dalla geopolitica perché, spiega il presule, “mentre la Republika Srpska mantiene forti legami con la Russia, la Federazione è fortemente influenzata dalla Turchia e dal mondo islamico. Il terzo popolo, i croati (che rappresentano la maggior parte della quota cattolica della popolazione; ndr), stanno sparendo”. La conclusione è sconfortante: “Semplicemente non c’è un posto che possiamo chiamare casa”.

Cattolici discriminati a tutti gli effetti

I cattolici, dichiara il vescovo, sono discriminati “a tutti gli effetti”, vittime di una penalizzazione che li colpisce “politicamente, socialmente ed economicamente”. Per questa ragione “i cattolici hanno spesso problemi quando hanno nomi croati. È difficile per loro trovare lavoro. C’è una parte del paese, l’Erzegovina occidentale, dove possono vivere più o meno in pace. Tuttavia anche lì i cattolici lasciano il paese”.

Si stima che ogni anno emigrino circa 10mila cattolici dal paese balcanico. Un esodo nascosto denunciato anche dal cardinale Vinko Puljic, Presidente della Conferenza Episcopale di Bosnia-Erzegovina.

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Se prima della guerra i cattolici della Federazione arrivavano a più di 835mila, nel 2013 si erano praticamente dimezzati (circa 440mila, meno del 10% della popolazione). Una diminuzione ancor più drastica c’è stata nella Repubblica Srpska dove i 220mila cattolici presenti prima del 1992 si sono ridotti a 11.500.

Per giunta la diaspora rischia di destabilizzare ancor più il paese. Questo perché “i cattolici croati operano come una sorta di “adesivo” per serbi e bosgnacchi”. Il monsignore avverte: “Se questo adesivo dovesse scomparire, allora questi due mondi – quello islamico e quello ortodosso – si allontanerebbero sempre di più. Ciò darà origine a disordini ancor maggiori”.

In Bosnia c’è una chiesa che soffre

Il vescovo di Banja Luka ha nuovamente ricordato la dura condizione dei cattolici fuggiti durante la guerra del 1992-1995: “L’allegato 7 dell’accordo di Dayton, che doveva sovraintendere al ritorno di tutti i rifugiati e gli sfollati, non ha mai trovato attuazione. L’accordo prevedeva anche che la Bosnia-Erzegovina e la comunità internazionale fornissero sostegno politico, legale e materiale a coloro che tornavano. Nel caso dei croati ciò non è avvenuto”.

Così migliaia di famiglie cattoliche, sprovviste di ogni aiuto, non hanno potuto fare ritorno nelle proprie case. Una possibilità che invece è stata offerta a oltre 250mila musulmani generando una odiosa disparità.

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Talvolta capita che la persecuzione da silenziosa si faccia aperta. Come nel caso dell’attacco compiuto nel marzo 2019 contro una chiesa cattolica a Gradačac. O nel gennaio 2020, quando è stato vandalizzato il cimitero cattolico Veresika di Tuzla.

Se c’è una Chiesa che soffre in Europa, questa è la nostra”, conclude il vescovo Komarica, che rammenta la pesante eredità del conflitto: “Nella mia diocesi di Banja Luka, il 95 per cento degli edifici della Chiesa è stato distrutto o gravemente danneggiato durante la guerra”.

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