Vescovo alza la voce contro il Politicamente Corretto

Molto attivo nel campo della comunicazione, è stato soprannominato il “vescovo dei social media”, “vescovo di Internet”, tanto è il seguito di fedeli e non, sui suoi canali.

Ha il coraggio di criticare i pilastri del politicamente corretto e afferma ciò che è davvero credibile.

Mons. Robert Barron – photo web source

Diversità, equità, inclusione? Non sono valori assoluti. Lo dice Monsignor Robert Barron, vescovo ausiliare di Los Angeles. Molto attivo nel campo della comunicazione, è stato soprannominato il “vescovo dei social media”, “vescovo di Internet”. Ogni domenica conduce un programma di mezz’ora: “Word on Fire with Father Barron”. Così facendo raccoglie idealmente l’eredità del grande arcivescovo Fulton Sheen, unico uomo di Chiesa prima di lui ad avere avuto un regolare programma su una rete televisiva commerciale.

Barron è l’alfiere di un cattolicesimo energico e coraggioso, che dialoga col mondo ma senza complessi. E che, di conseguenza, non indietreggia nemmeno davanti alle questioni più spigolose.

La nuova religione del Politicamente Corretto

E così l’ausiliario di Los Angeles ha impugnato la penna per raccogliere una delle sfide più insidiose del tempo: quella lanciata dal Politicamente Corretto, la nuova religione civile che sempre più cerca di imporre i suoi dogmi all’intera società.

Ogni società ha pur dovuto credere in qualcosa. Anche una società laica come quella uscita nel 1789 dalla Rivoluzione francese ha avuto bisogno di una religione. Una religione civile, secolare, che nella celebre triade “Libertà, Uguaglianza, Fraternità” aveva indicato la sua bussola morale.

Vox… DEI?

A ben vedere il Politicamente Corretto ha soltanto aggiornato le parole d’ordine rivoluzionarie. Oggi infatti va di moda parlare di DEI (acronimo di “Diversità, Equità, Inclusione”, rigorosamente con la maiuscola come si conviene a una divinità).

Per gli esperti, gli attivisti e gli opinionisti che vanno per la maggiore bisogna piegarsi alla nuova Vox… DEI. E cosi il terzetto Diversità-Equità-Inclusione è stato elevato ad architrave dell’intera società. Questi tre valori, fa osservare Mons. Barron hanno acquisito lo status di “norme fondamentali”, di “verità morali autoevidenti e di valore assoluto” che “dovrebbero guidare il nostro comportamento sia a livello personale che istituzionale”.

Guai dunque a mettere in dubbio la Trinità politicamente corretta! E invece è necessario criticarla, afferma il vescovo americano, perché nessuno di questi tre principi può essere considerato un valore assoluto.

“D” come Diversità

Partiamo dalla “D” di Diversità. In effetti parlare di diversità, avverte Barron, non è affatto banale. Significa ritornare “al problema più antico della storia della filosofia: quello dell’uno e dei molti”.

Come pensare con equilibrio il rapporto tra unità e pluralità in ogni campo dell’esistente? Alcune epoche hanno enfatizzato un aspetto a danno dell’altro. E bisogna ammettere che spesso la pluralità è stata sacrificata sull’altare dell’unità.

Ma oggi le cose sono cambiate. “Credo che si posa affermare che, almeno da una quarantina d’anni, abbiamo enormemente enfatizzato il lato dei “molti” celebrando in ogni occasione la varietà, la differenza e la creatività”. Mentre allo stesso tempo c’è stata “la tendenza a demonizzare l’unità come una forma di oppressione”.

È vero: aver assolutizzato l’unità del corpo sociale ha portato in passato a terribili forme di oppressione: “Dio sa quanto i terribili totalitarismi del ventesimo secolo abbiano fornito ampie prove del fatto che l’unità porta con sé un lato oscuro”. E perciò “la multiformità dell’espressione culturale, dello stile personale, dei modi di pensare, delle etnie, ecc. è una cosa meravigliosa e arricchisce. Quindi coltivare la diversità è davvero un valore morale”.

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Ma è un valore assoluto? “Niente affatto”, afferma il prelato. Basta poco a capire che “quando si enfatizza unilateralmente il molteplice si perde il senso dei valori e delle pratiche che dovrebbero unirci”.

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Al giorno d’oggi c’è una “iper-valorizzazione della diversità” ossessionata dal “diritto dell’individuo di determinare i propri valori e la propria verità, fino al punto di voler dettare da sé il genere e la sessualità”. Ma questa diversità è isolante, questa diversità produce solitudine perché all’atto pratico “imprigiona ognuno di noi in isole separate, egoiste, e dà luogo a continui battibecchi”. Così “chiediamo a gran voce che siano rispettate le nostre decisioni e che siano tollerati i nostri atteggiamenti, ma i legami che ci vincolano gli uni agli altri sono spariti”.

“E” di Equità

E che dire della “E” di Equità?

“Promuovere l’uguaglianza”, ci dice Barron, “è certamente un alto valore morale nella misura in cui tutte le persone hanno identica dignità e sono ugualmente meritevoli di rispetto”. È l’idea di una uguaglianza morale tra gli uomini, una delle intuizioni più preziose e gloriose del cristianesimo, tanto da essere stata accolta nella Dichiarazione di Indipendenza americana che recita: “Tutti gli uomini sono stati uguali e sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili”.

È quindi buona cosa che tutte le persone siano uguali davanti alla legge e che possano godere di pari opportunità in campo educativo, economico, culturale, ecc.

Ma questo significa equiparare tutte le cose? “Assolutamente no”, spiega il vescovo Barron, dato che “molte delle disuguaglianze che sussistono all’interno della società umana – differenze di intelligenza, capacità, abilità, coraggio, energia, ecc. – sono date naturalmente e potrebbero essere eliminate solo attraverso un livellamento brutalmente imposto”.

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Esistono dunque delle disuguaglianze naturali che producono disuguaglianze di risultati. Non tutti raggiungono gli stessi traguardi nelle arene della vita. “Certamente alcune di queste differenze sono il risultato di pregiudizi e ingiustizie”, precisa il prelato, per il quale “in questo caso andrebbero prese misure energiche per raddrizzare i torti”.

Ma un conto è l’uguaglianza, un altro è l’ugualitarismo. Tanto è vero che “l’imposizione a tutta la società di una uguaglianza generalizzata nel campo dei risultati porterebbe a una massiccia violazione della giustizia e ciò sarebbe reso possibile solo dalla forma più totalitaria di organizzazione politica”.

“I” di inclusività

Infine c’è la “I” di Inclusività.

Dei tre valori, questo “è probabilmente quello più apprezzato dalla cultura secolare di oggi. A tutti i costi, ci viene detto più e più volte, dovremmo essere inclusivi”. Ancora una volta, c’è un evidente valore morale da salvare. Ognuno di noi, presto o tardi, ha provato sulla sua pelle il dolore di una “esclusione ingiusta, quella sensazione di essere dalla parte sbagliata di una divisione sociale arbitraria, senza poter far parte della gente “in”. Che intere classi di persone, anzi intere razze e gruppi etnici, abbiano dovuto subire questo oltraggio è fuori discussione. Quindi l’invito a includere piuttosto che escludere, a costruire ponti piuttosto che muri, è del tutto comprensibile e moralmente lodevole”.

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Anche in questo caso, tuttavia, “l’inclusione non può essere un valore e un bene assoluto”. Questo perché l’inclusività presuppone, in una certa misura, l’esclusività: “Quando una persona vuole essere inclusa, vuole entrare a far parte di un gruppo o di una società o di un’economia o di una cultura che ha una forma particolare. Ad esempio, un immigrato che desidera essere accolto in America vuole partecipare a una società politica del tutto particolare; quando qualcuno vuole essere incluso nella società di Abramo Lincoln, cerca di entrare una comunità molto circoscritta. In altre parole, desidera essere incluso in una collettività che sia, almeno in una certa misura, esclusiva!”.

Si deve perciò concludere che, almeno sul piano operativo, “l’’inclusività assoluta o universale è, di fatto, una contraddizione”.

La Chiesa accoglie tutti? Sì, ma non accoglie ogni idea in maniera indiscriminata

Nulla mostra questa verità meglio della Chiesa, la quale aspira a raggiungere ogni uomo. Una apertura universale simboleggiata dal colonnato del Bernini all’esterno della Basilica di San Pietro. Al tempo stesso però “la Chiesa è una società ben definita, con regole, con aspettative e rigide strutture interne. Per sua natura, quindi, esclude certe forme di pensiero e di comportamento”.

Una volta qualcuno chiese al cardinale Francis George – il vecchio arcivescovo di Chicago e Presidente della Conferenza Episcopale americana – se tutti fossero benvenuti nella Chiesa. Il cardinale rispose: “Sì, ma alle condizioni di Cristo, non alle proprie”.

In sintesi, commenta Mons. Barron, “in ogni comunità rettamente ordinata c’è una sana e necessaria tensione tra inclusione ed esclusione”.

Diversità, Equità e Inclusione? Non sono valori assoluti

In conclusione: aver dimostrato che nessuno di questi tre valori (Diversità-Equità-Inclusione) è un valore assoluto vuol dire rassegnarsi a una sorta di relativismo morale?

Per nulla. C’è un valore che supera tutti gli altri. Un insuperabile bene morale al quale tutti gli altri sono subordinati. Per questo sono valori relativi, non assoluti, perché acquistano senso solo nella misura in cui sono in relazione con questo bene superiore.

Un bene che può essere chiaramente nominato, spiega l’ausiliario di Los Angeles: “È l’amore, che significa volere il bene dell’altro in quanto tale, che è proprio la natura e l’essenza di Dio. L’equità, la diversità e l’inclusione hanno valore? Sì, nell’esatta misura in cui sono espressioni dell’amore; no, nella misura in cui si oppongono all’amore”.

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