Venezuela: una povertà esasperata

Venezuela: un gelato diventa un bene prezioso
Gelati

L’esasperata povertà in Venezuela porta la gente ad attaccarsi, a seguire, coloro che hanno di più, coloro che “mangiano” per strada, anche solo un gelato.
La lettera di uno studente venezuelano dimostra come i suoi connazionali siano ormai ridotti alla fame e alla disperazione, dalle autorità che fanno finta di ignorare le situazioni precarie, in cui versa tutta la Nazione.

In Venezuela, pochi si curano di proteggere i più deboli, dalla vita di strada e da una fine immeritata; in quel Paese, le ricchezze, recuperate dai giacimenti si petrolio, sono riservate solo agli arrivisti senza cuore.
Ecco le parole dello studente: “Ho deciso di regalarmi un lusso e passare una domenica al McDonalds. Innanzitutto, mi hanno dato il mio gelato con riluttanza. Non sapevo perché. Ho appena preso il gelato, avendo già effettuato il pagamento, non sono passati nemmeno dieci secondi, quando una signora, di non più di quarant’anni, è uscita per chiedermi di dargliene un pò”.

E non solo quella signora, che poteva sembrare anche una senzatetto, ma pure un bambino gli si è avvicinato, per chiedergli un po’ di quella leccornia, di cui probabilmente non ricordava più il sapore.
“Ma continuavo ad andare, provando uno strano miscuglio di sensi di colpa e rabbia, perché il mio gelato sembrava darmi una specie di faro (…) in questa ricca nazione petrolifera”.

Poi, lo studente è stato intercettato e seguito da alcuni giovani ventenni; uno di loro ha cercato, addirittura, di rubargli il gelato, di strapparglielo dalle mani.
Nello strattonamento, però, il gelato è caduto a terra, ma il ragazzo, anziché darsela a gambe, lo ha raccolto e lo ha portato via.
“Uno stupido gelato che mi è costato 200 mila bolivar (1 dollaro, dei 4 che si ottengono da un mese di lavoro come salario minimo). Soldi che avrei potuto facilmente investire nella frutta, ma ho deciso di spenderli per un gelato semplice, per dimenticare lo stress del college e della vita difficilissima in questo Paese”.

Antonella Sanicanti