Nel suo commento, Don Luigi Maria Epicoco ci invita a riscoprire lo sguardo d’amore del Padre: la fede non è un elenco di doveri, ma l’accettazione di valere immensamente agli occhi di Dio.

Nel commento al Vangelo di oggi, Don Luigi Maria Epicoco scava a fondo nelle nostre resistenze spirituali, offrendoci uno specchio in cui guardare la nostra stessa ipocrisia. Il confronto serrato tra Gesù e le autorità del tempio non è infatti un semplice racconto del passato, ma descrive la fatica quotidiana che ognuno di noi compie nel lasciarsi mettere davvero in discussione dalla Parola di Dio. Spesso, proprio come gli scribi e gli anziani descritti da Marco, preferiamo calcolare le nostre convenienze anziché arrenderci alla Verità, dimenticando che l’esperienza cristiana non ci chiede di essere perfetti fin da subito, ma di avere l’onestà e il coraggio di gettare la maschera davanti al Signore.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-18)
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Commento di Don Luigi Maria Epicoco
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Mi piacerebbe che rileggessimo più e più volte queste parole del Vangelo di oggi. Le lasciassimo così scendere fin nel profondo del nostro cuore. A me creano una profonda commozione.

Sapermi amato a tal punto da sapere che Dio ha chiesto al proprio Figlio di sacrificarsi per me non mi lascia indifferente. La fede non è tanto credere delle cose su Dio, ma credere di più in noi stessi accettando di essere amati così per davvero. Ci svalutiamo troppo. Crediamo di più alla nostra tenebra che alla luce con cui siamo guardati: “ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”.
Ai nostri occhi è più credibile il bicchiere mezzo vuoto. Ci guardiamo quasi sempre con giudizio, con sensi di colpa e non riusciamo a cogliere invece lo sguardo che Dio ha su di noi. Uno sguardo che dice: “Tu vali! Vali a tal punto che sono morto per te”. Non ci dice questo per far nascere in noi gratitudini o sensi di colpa. Dio non ha bisogno dei nostri grazie, o delle nostre frustrazioni.
Egli ha bisogno della nostra felicità. L’unica cosa che davvero dà gloria a Dio è essere felici. Perché l’unica cosa che appaga uno che ama è sapere che chi sta amando è felice. Per quella felicità darebbe via anche se stesso. E Dio lo ha fatto veramente.







