Vangelo del 16 aprile 2026: come Gesù cambia la nostra prospettiva sul dolore

Meditiamo il Vangelo di questo giovedì della seconda settimana di Pasqua, 16 aprile 2026, iniziando la giornata con una riflessione sulla Parola del Signore che ci viene offerta da don Luigi Maria Epicoco.

Gesù insegna ai discepoli
Vangelo 16 aprile 2026-lalucedimaria.it

Questo passo del Vangelo di Giovanni ci mostra una verità radicale: c’è una profonda distanza tra quello che viene dall’alto e quel che rimane ancorato alla terra. Accogliere la testimonianza di Gesù vuol dire immergersi nella verità, ricevere lo Spirito senza limiti e optare per la vita eterna.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 3,31-36

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.

Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Commento al Vangelo di oggi don Luigi Maria Epicoco

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti.(…)Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti”. Basta farsi una passeggiata in montagna per capire ciò che Gesù vuol dire. Più sali, più ti arrampichi, più il panorama è mozzafiato, grande, maestoso, complessivo.

Don Luigi Maria Epicoco
Don Luigi Maria Epicoco -lalucedimaria.it

Dall’alto le cose si vedono nella loro interezza, dal basso invece le si vedono solo nella misura del nostro sguardo. La superiorità di Gesù non è la superiorità degli uomini, è la superiorità di chi sta in alto appunto, di chi viene dal cielo e ha visto le cose per ciò che sono veramente.

E fa impressione pensare che Gesù dall’alto della croce vede meglio di quelli che stanno in basso. Chi soffre capisce la vita in maniera più profonda. Chi è inchiodato su una croce guarda la realtà come Dio la guarda dal cielo, ma solo a patto che quella croce sia un’esperienza di santificazione e non di disperazione. Si può essere crocifissi e stare sottoterra, e si può essere crocifissi e stare in alto.

Gesù ci ha donato una posizione nuova per le nostre croci. Il calvario era un’altura, non una fossa. So che è difficile da accettare, ma la superiorità di cui parla Gesù, la si ottiene non dominando ma caricandosi la propria croce fin su i nostri personali Calvari. Credere nel Figlio significa seguirlo fin la su. In fin dei conti ce l’aveva detto: “Chi mi ama mi segua”. In quel “seguire” si gioca tutto il nostro “credere”.

Anzi si gioca tutto. In questo senso allora la fede è un cambio di prospettiva, ma essa non viene dalle idee ma da ciò che ci accade. È la vita stessa che molto spesso ci chiama a conversione, cioè ci chiama a capovolgere le nostre visuali.

Ma in questi capovolgimenti delle volte impariamo a leggere anche una bellezza nascosta che per molto tempo era rimasta nascosta alla nostra vista, e che in un capitombolo che ci è accaduto, d’un tratto ci è apparsa così evidente, così chiara, così struggente. Negli occhi di chi soffre a volte c’è così tanta bellezza, o tanta disperazione. Da quegli occhi si capisce in che posto è stata piantata la loro croce.