Una sofferenza che affligge molte coppie | Cosa fare quando un figlio non arriva?

Tra i tanti drammi che le donne soffrono in silenzio, c’è spesso quello del figlio che non arriva. Un gradevole libro autobiografico riflette sul desiderio irrealizzato di maternità. E arriva ad una illuminante conclusione.

Per lungo tempo strumentalizzato dai fautori della fecondazione artificiale, il tema è finito poi per lungo tempo nel dimenticatoio.

Troppe frasi fatte!

A rispolverarlo, sotto forma di diario attinto al proprio vissuto personale, ci ha pensato la giornalista napoletana Livia Carandente, che vi ha dedicato due libri, entrambi editi da Tau Editrice: Quanti figli hai? (2019) e Ancora non hai figli? (2021).

Due brevi romanzi semi-autobiografici, il secondo dei quali appena pubblicato, che offrono lo spaccato di un quotidiano condiviso da molte donne d’oggi. Con una conferma: la realizzazione di se stesse sul lavoro non sarà mai tanto appagante ed emozionante quanto il diventare spose e madri.

Se da un lato, è vero che non tutte le donne aspirano alla maternità – anzi, talune la vedono come un ostacolo alle proprie ambizioni – ve ne sono moltissime altre che devono portare la croce del figlio che si fa attendere.

C’è un abisso che si frappone tra ciò che una mancata madre può provare nel suo cuore e le frasi fatte che i parenti, gli amici e i conoscenti tendono a sciorinare dinnanzi a tali situazioni. Tutti sono bravi a consigliare e a valutare, pochi sanno davvero empatizzare.

Anche perché, per l’appunto, pochi riescono a intuire il subbuglio nell’animo in una donna in queste condizioni. Nemmeno il marito (e mancato padre) è in grado di capire cosa realmente accade alla propria sposa in questi frangenti.

La chiave di tutto: la gratitudine

Nel suo secondo libro, Livia Carandente torna sul tema a lei caro, con toni più seri e struggenti rispetto al primo. Lo fa però senza mai cadere nel melodrammatico. La disposizione d’animo è quella di chi sta affrontando un’esperienza di vita, di quelle che temprano.

Allora è meglio farsi scivolare addosso la superficialità e la mancanza di tatto della gente e fare luce sulla propria interiorità e sulle proprie risorse spirituali. Senza mai perdere quel pizzico di sana autoironia che aiuta ad alleggerire le sfide di ogni giorno.

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Inevitabile, poi, quando un figlio non arriva, toccare con mano tutte le problematicità che emergono dal dibattito politico e ideologico di questi tempi: le lungaggini della burocrazia, che non aiutano gli aspiranti genitori adottivi; i dilemmi etici legati all’aborto o ai bambini concepiti con menomazioni; il dramma dell’aborto spontaneo.

Queste riflessioni legate all’attualità rivestono una parte non secondaria nel libro Ancora non hai figli? Il vero nucleo della storia, però, è un altro e può riassumersi in una frase molto semplice e solo apparentemente scontata: la vita è un dono. Un dono per come viene, non per come la immaginiamo o la progettiamo. E, in quanto dono, va accompagnato dalla gratitudine.

Cos’è che rende davvero felici?

È proprio quando si inizia a guardare in faccia la paternità o la maternità, che si comprende in modo meno banale il senso della propria finitezza. È allora che le persone più sensibili, iniziano a cogliere il senso di una Paternità più grande, che ci trascende.

Dio non può deludere – scrive l’autrice –. Ora dobbiamo fidarci. E non provare a capire, sarebbe inutile; ma a vivere piuttosto. Sì, col nostro fardello. E non a fingere che tutto sia perfetto né a piangerci addosso. Dobbiamo solo continuare a vivere, pienamente. Anche se addolorati”.

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Come osserva nella postfazione Michela Serangeli, redattrice e mamma adottiva: “La fecondità non ha necessariamente a che fare con la fertilità, ha a che fare con la felicità. Ed è un dono di Dio. Infatti, la fecondità non è della coppia, ma per la coppia. Affinché non viva più solo per sé stessa. Affinché diventi capace di donarsi e di avventurarsi là fuori, oltre il recinto del proprio giardino”.

Perché, in fin dei conti, tutto è dono e tutto è grazia. E un figlio, anche solo il desiderio di un figlio, è la grazia più grande perché rende un uomo e una donna – anche i più indegni – più simili al Creatore.

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