Cosa può esserci dietro una carità tanto grande?

Riprodurre il paradiso in terra – dovremmo saperlo tutti – è impossibile. Chiunque creda in Dio, però, può pregustare qualche anticipo di Cielo, attraverso immagini, gesti, parole, moti dell’animo.

È quello che ‘assaggia’ chiunque entri in casa di Luca e Laura Russo. Nella loro abitazione di Assisi, questi due coniugi, in 23 anni di matrimonio, hanno donato la loro paternità e maternità in modo impagabile, non convenzionale e sorprendente.

Una famiglia “allargata”

Oltre alle due figlie naturali, Luca e Laura hanno accolto nella loro casa-famiglia qualche decina di altri bambini e ragazzi. Alcuni di loro sono stati adottati, altri presi in affido. Alcuni sono orfani originari dell’Africa o di altre aree povere della terra. Molti di loro sono disabili più o meno gravi. C’è anche una bambina di sette anni e mezzo, Agnese, in stato vegetativo, alimentata dalla peg, che ha bisogno di attenzioni speciali.

Nella casa-famiglia dei Russo, vivono poi gli anziani genitori di Luca, anche loro di salute malferma e bisognosi di cure, e un ex detenuto, accolto più di dieci anni fa e diventato in seguito volontario. Luca e Laura sono membri della Comunità Papa Giovanni XXIII, nel cui ambito si sono conosciuti e in cui hanno assorbito a piene mani dal carisma del fondatore don Oreste Benzi.

Un’esperienza di vita così speciale non poteva passare inosservata troppo a lungo. Luca Russo ha voluto sintetizzarla in un libro, Quanta Bellezza. Elogio dei Corpi Fragili e Cultura della Cura (Editore Sempre, 2021), che però non è un’autobiografia, né tantomeno è stato scritto con piglio autocelebrativo. Senza insistere sul lato personale della sua storia, l’autore ha voluto trasmetterne lo spirito.

Cosa può esserci dietro una carità tanto grande? Cosa può motivare un’accoglienza tanto entusiasta e ‘a getto continuo’ nei confronti dei fratelli meno fortunati? Innanzitutto, c’è la consapevolezza che non siamo nati per vivere in solitudine. Più sono fragili le vite che accogliamo, più ci renderemo conto della nostra stessa fragilità e dipendenza dall’altro. Sentirci tutti mendicanti d’amore, innesca una dinamica d’amore gratuito e non la ferma più.

Il “Noi” precede l’“Io”

Sebbene l’impulso istintivo dell’uomo sia quello di diventare “padrone della sua vita” e acquisire un controllo assoluto sulle cose, la vera natura umana, se educata a venire a galla, ci svela un destino molto diverso. “L’uomo per essenza è portatore di una vocazione più alta della sua stessa altezza – scrive Luca Russo – una chiamata a tracimare dai propri confini, ad eccedere dalle sue misure. Una vera e propria scoperta di poter seminare semi non suoi, di parlare con parole sconosciute, di donare doni ignorati”.

Anche per questo, “il Noi precede l’Io” e lo “costruisce”, lo “supporta”, lo “plasma” e lo “corrobora”. Non si può pretendere di conoscere un uomo, “senza aver conosciuto il Noi che lo comprende”. L’io senza il tu è “inumano, afferma l’autore.

Questa consapevolezza fa transitare l’uomo da una “società molecolare” a una “società solidale”, da una “cultura dello scarto” a una “cultura della cura. La persona ‘scartata’ porterà con sé una ferita che genera una “domanda di morte”. Ciò capita ai bambini affetti da “malattie neurologiche gravissime”, a “ragazze e spesso bambine schiavizzate dal racket della prostituzione” e a tante altre forme di emarginazione.

C’è tuttavia un’alternativa a questa deriva. “La cultura della Cura incontra la persona, la guarda in faccia, la conosce e ne scopre tutta la sua identità, tutta la sua rabbia e il suo dolore, come anche l’enorme suo grido di esistere a cui nessuno ha porto l’orecchio – scrive ancora Luca Russo –. Si può fare la storia solo se s’impara a schierarsi a mani nude dalla parte del Volto di ogni povero cristo e prendersene cura. È una questione di umanità a prescindere da ogni fede religiosa”.

Corpi senza forza di gravità

Le riflessioni di Luca Russo si alternano alle storie di alcuni dei bambini e ragazzi accolti in casa-famiglia nell’arco di 23 anni. Storie anche molto drammatiche di prostituzione, di disagio psichico fortissimo, di disabilità irreversibile. Un paio di loro, gravemente malati, oggi sono in Cielo.

Russo descrive questi scartati come creature “senza forze di gravità”, che cercano una loro stabilità, un loro ancoraggio sulla terra. “Di fronte a queste creature, cosa mettere sul piatto della bilancia per capire se sia un peso specifico di quella vita e per essere considerata meritevole di essere vissuta?”, si domanda l’autore.

Eppure, se le si contempla fino in fondo, è impossibile non cadere in ginocchio di fronte a queste vite, “così come Tommaso cadde di fronte alle ferite del suo Cristo”. Questi corpi fragili “invocano di essere contemplati”. Proprio perché innocenti e inoffensivi, questi corpi sono “icona di Dio, del Cristo crocefisso che salva l’uomo, perché “è proprio nella debolezza che Dio trova spazio per abitare”.

Luca Marcolivio

 

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