Ecco quali furono i tre sacri lini della Passione di Cristo

Ecco quali furono i tre sacri lini della Passione di Cristo
I sacri lini di Cristo

Ci sono tre lini, tre tessuti sacri, su cui si ritiene sia poggiato il copro di Gesù Cristo e su cui avrebbe lasciato le tracce della sua sofferenza, durante il supplizio e la morte in croce.
Queste reliquie di Cristo sono coincidenti, sovrapponibili; due si trovano in Italia, la terza in Spagna.

La Sindone di Cristo

In primo luogo, osserviamo la Sindone, conservata nel Duomo di Torino, il sacro lino, il lenzuolo dalle dimensioni di 4,41 x 1,11 centimetri, che ha avvolto il Corpo di Gesù, per quelle poche ore in cui ha sostato nel sepolcro, preparatogli da Giuseppe d’Arimatea.
Sappiamo che è un lenzuolo studiato ed esaminato da decenni; che presenta un’immagine non dilatata (come ci si aspetterebbe da un tessuto che avvolge un corpo e ne assorbe i liquidi post mortem), ma che descrive le macchie di sangue di un uomo crocifisso; che contiene semi e fossili dell’epoca e della terra in cui è vissuto e morto Gesù Cristo.

E’ considerato, quello, il lenzuolo citato nei Vangeli, da cui, ultimamente, si è ricavato anche un calco in 3D del Cristo morente, che conferma, ancora una volta, ciò che si pensa della reliquia.
La Sindone, infatti (come anche il calco ricavatone), mostra i segni delle frustate, inferte col flagello, un’arma vera e propria, costituita da un bastone di legno con strisce di cuoio ad una estremità, ognuna delle quali presentava delle punte acuminate di piombo e i cui colpi (più di 100, quelli riservati a Cristo) laceravano la pelle e i muscoli sottostanti; i segni della corona di spine, che avrebbe dovuto rappresentare il diadema regale del Cristo, condannato per aver affermato di essere il nostro Re, e che, in realtà, era un intreccio di rami di acacia, che hanno spine molto pungenti, tanto da scarnificare il cuoio capelluto e da inzupparlo di sangue, in pochi attimi; i segni della ferita al costato, inferta dal colpo di lancia del soldato Longino, da cui usci sangue ed acqua, poiché Cristo era già morto e il suo cuore aveva già ceduto.

La Sindone non mostra, invece, (ed è questo un dato molto rilevante) la frattura alle gambe, riservata alle persone in croce, per accelerare la loro morte, poiché, come dice il Vangelo: “ (…) i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe”.

Il Sudario

Osserviamo, poi, il Sudario di Oviedo (Spagna), conservato nella Cattedrale di San Salvador.

E’ un pezzo di lino della misura di 85 x 52 centimetri, probabilmente utilizzato da Giuseppe d’Arimatea per asciugare il sangue dalla bocca e dal naso di Gesù, dopo la sua morte.
Nel 1987 e nel 1989, il CES, il Centro Spagnolo di Sindonologia, ha lungamente esaminato quelle macchie sul Sudario sacro, che presentava -tra l’altro- gli stessi pollini e unguenti della Sindone.

Gli esami affermarono che l’uomo avvicinato da Giuseppe d’Arimatea, dopo la morte, aveva capelli e barba lunghi, ferite nella parte posteriore del cranio, il naso fratturato, tagli sul cuoio capelluto ed è morto per edema polmonare, ossia per l’asfissia provocata dalla posizione che assume un uomo appeso alla croce, che spira dopo 6 minuti, perché non riesce più ad espirare e i polmoni gli si riempiono di anidride carbonica. Ricordiamo che, per questo motivo, venne messo il chiodo che trapassò i piedi di Gesù, perché potesse farvi perno, risollevarsi e respirare ancora, nelle successive tre ore della sua agonia!

Dagli studi più recenti, è emerso che la Sindone di Torino e il Sudario di Oviedo “hanno avvolto, con quasi totale sicurezza, il cadavere della stessa persona”, questa la conclusione della commissione del CES, nella persona del docente di Scultura dell’Università di Siviglia, Juan Manuel Miñarro.

Il velo della Veronica

E non è finita qui. A Manoppello (Pescara), infatti, nella Basilica del Volto Santo, è conservato il telo che mostra il Volto Santo di Cristo, appunto, il viso di un uomo con capelli e barba lunghi, ritenuto essere quello impresso sul velo della Veronica, ossia l’immagine che rimase sul panno che lei usò per asciugare il volto di Gesù, lungo la strada verso il Golgota (come racconta la sesta Stazione delle Via Crucis), nel tentativo di lenire le sue pene.

Il telo misura17 x 24 centimetri e presenta un’immagine che, stranamente e inspiegabilmente, è visibile da ambedue le parti, in maniera identica.
Le tre reliquie, ossia la Sindone di Torino, il Sudario di Oviedo e il Volto Santo di Manoppello, sono state sovrapposte, in quest’ordine: sopra la Sindone è stato posto il Sudario e, poi, il Volto Santo.
Il risultato ha meravigliato tutti, perché le ferite, le macchie ematiche, i tratti dell’uomo, le proporzioni del suo viso combaciano alla perfezione; il gruppo sanguigno AB coincide in tutti e tre i reperti!

Antonella Sanicanti