Studente arrestato e ricoverato in TSO perché non porta la mascherina

L’evento drammatico e piuttosto controverso sta facendo discutere: in molti  hanno trovato spropositata e preoccupante  la reazione della scuola. 

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Il fatto è accaduto a Fano, in una scuola superiore: un giovane di 18 anni ha ricevuto un Tso perché si rifiutava di portare la mascherina in classe. Trattato come una persona disturbata, con la massima violenza, solamente perché si era rifiutato di portare il dispositivo sanitario a cui ormai siamo tutti abituati, ma che all’inizio divideva enormemente la comunità scientifica per quanto riguarda la sua efficacia.

La controversia sulla mascherina che non si vuole vedere

Non a caso, gli scandali legati alle mascherine sono stati molti e piuttosto tristi, con fior fior di milioni di euro che dalla gestione del Commissario Arcuri sono finiti nelle mani di loschi figuri e trafficanti che, con tutta evidenza, ne hanno tratto enormi vantaggi.

Il giovane, discutibilmente o meno, si è rifiutato di indossare la mascherina, e secondo quanto riportato dai docenti si sarebbe incatenato al banco. Poi si sarebbe macchiato del “crimine” di distribuire un opuscolo, e secondo quanto riportato dai media locali sarebbe stato “influenzato” da una persona esterna, un cinquantenne che lo stava aspettando fuori dalla scuola.

La scuola non poteva reagire in altre maniera?

Di certo lo si sarebbe potuto accompagnare fuori in altra maniera, non certo facendolo internare in un ospedale. Si sarebbe potuto, magari, provare a discutere con lui in maniera civile, visto che sarebbe quello il compito della scuola e dei docenti: accendere il lume della ragione negli studenti, non imponendo un punto di vista con la massima coercizione. La mascherina va portata secondo il regolamento, questo è certo: ma il giovane ha manifestato un suo pensiero, legittimo fino a prova contraria.

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La vicenda mostra quindi una certa violenza da parte delle istituzioni nel combattere una manifestazione di pensiero, che secondo le leggi del nostro Paese dovrebbe essere tutelata, e invece purtroppo non è stato così. Nell’opuscolo distribuito dal ragazzo ci sarebbe stato il parere di un costituzionalista sconosciuto che si esprimeva in maniera fortemente critica delle misure contenitive dell’epidemia di coronavirus.

Di certo con la violenza non si educano i giovani a pensare da soli

Queste sono le informazioni trapelate dalla cronaca locale. Ma se davvero è tutto qui, gli estremi per un trattamento sanitario obbligatorio sono piuttosto difficili da intravedere. Non a caso sono state molte le personalità pubbliche e del mondo politico che hanno preso le difese del giovane, dal critico d’arte Vittorio Sgarbi al giornalista Gianluigi Paragone.

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La decisione di chiamare ambulanza e polizia è arrivata in seguito allo scontro con i professori e il preside, che avevano cercato di dissuadere il giovane dal protestare. Il ragazzo però non aveva certo minacciato nessuno di violenze: voleva solamente esercitare, seppure in maniera burrascosa, il suo senso critico. Raggiunto al telefono dai giornalisti avrebbe spiegato: “Sto bene, sono qui al reparto psichiatrico di Pesaro, a Muraglia”.

Le parole del ragazzo intervistato dai media locali

“Mi hanno fatto un Tso e mi hanno detto che dovrò restare qui una settimana”, ha continuato. “In questo momento una dottoressa mi sta portando via tutti gli oggetti pericolosi. Mi hanno dato dei calmanti al Santa Croce e poi mi hanno trasferito a Pesaro, a Muraglia. I miei genitori non sono con me”. Il Resto del Carlino riporta in seguito che la telefonata è stata interrotta da una dottoressa che ha sottratto il telefono al ragazzo.

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“Il giovane deve stare sereno, la telefonata deve terminare qui. Questo ragazzo ha attorno persone che lo stanno mal consigliando”. Sarebbe quindi questo il modo con cui desideriamo educare i nostri giovani? Preferiamo che, rispetto al pensare con la propria testa, siano schiavi di un sistema sempre più rigido che regola le loro vite all’estremo, decidendo come vivere, come muoversi, di sanificarsi compulsivamente, di rifiutare ogni atteggiamento naturale dei confronti della vita, come quello di respirare all’aria aperta?

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Le mascherine, per i primi mesi della pandemia, a detta degli esperti e delle istituzioni non avevano alcuna efficacia. Poi, solamente dopo un certo lasso di tempo, sono diventate il simbolo della pandemia, identificativo di un periodo storico e anche di una condizione umana a cui ormai, oggi, l’intero globo è stato asservito. Che si sia d’accordo o meno, discuterne è legittimo. Lo è molto meno rinchiudere in ospedale un giovane che non la pensa in un certo modo. 

Giovanni Bernardi

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