“Sopprimiamo i bambini disabili” Il filosofo animalista.

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Va bene la libertà di parola e di espressione ma forse qualche volta il silenzio è d’oro

La proposta shock del filosofo “progressista” Peter Singer per ridurre i costi della sanità: “Sopprimiamo i bambini disabili”

 

Peter Singer è un professore australiano di origine ebraica che insegna Etica all’università di Princeton nonché uno dei filosofi di area “progressista” più importanti degli ultimi anni, idolo di buona parte della sinistra liberal e radicale statunitense e europea.

Singer, che è stato definito dal New Yorker come “il più influente filosofo attualmente in vita” è famoso per essere stato uno dei primi attivisti ad aver dato vita alla corrente “antispecista” all’interno del movimento animalista, corrente che ispirata a quella dell’antirazzismo, mette in discussione le differenze tra esseri umani e animali, e si basa sul contrasto della supremazia umana, per la realizzazione di un mondo dove tra gli esseri umani e gli altri animali vi sia un rapporto basato sull’uguaglianza.

Oltre a queste tesi di stampo libertario, Singer è famoso per alcune discutibili prese di posizione sui temi etici, in quanto considera la vita degna di essere vissuta solo se non attraversata dal dolore o dalla sofferenza fisica e psichica, e sostiene che il diritto alla vita deve essere subordinato alle capacità intellettive della creatura.

Partendo da queste considerazioni, Singer sostiene l’infanticidio dei bambini disabili, in quanto conveniente prima di tutto in termini economici oltre che “umanitari”.
Per le sue prese di posizioni, Singer è stato duramente criticato, tra gli altri, dal noto scrittore ebreo “cacciatore di nazisti” e sopravvissuto all’Olocausto Simon Wiesenthal, che organizzò un boicottaggio contro di lui dichiarando che “è inaccettabile un professore di morale che giustifica l’uccisione di nuovi nati handicappati”.

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In una recente conversazione con il giornalista investigativo Aaron Klein, Singer è tornato a parlare di queste tesi, tra l’altro usando per i bambini disabili il pronome neutro “it”(usato per indicare le cose e gli animali in inglese), sostenendo che esse avranno la meglio con l’Obamacare, e affermando che stanno già avendo successo.

Inoltre ha detto che:

«Se un bambino nasce con una massiccia emorragia cerebrale significa che resterà così gravemente disabile che in caso di sopravvivenza non sarà mai in grado nemmeno di riconoscere sua madre, non sarà in grado di interagire con nessun altro essere umano, se ne starà semplicemente sdraiato lì sul letto e potrà essere nutrito, ma questo è quel che avverrà, i dottori staccheranno il respiratore che tiene in vita il bambino. Non so se essi siano influenzati dalla necessità di ridurre i costi. Probabilmente sono influenzati semplicemente dal fatto che per i genitori quello sarà un fardello terribile, e per il figlio non ci sarà alcuna qualità della vita. Quindi stiamo già compiendo dei passi che portano alla terminazione consapevole e intenzionale della vita dei bambini gravemente disabili ».

Facendo alcune piccole considerazioni, al di là delle discussioni etiche e filosofiche che si possano fare, c’è da constatare che il linguaggio molto sobrio e “razionalizzato” di Singer e dei seguaci dell’eugenetica terapeutica, effettivamente non è così dissimile da quello usato già nel Novecento, compreso nel famigerato programma “Aktion T4″ della Germania nazionalsocialista, programma dove in modo meno moderno si sono applicate buona parte di tali idee e che fu visto molto positivamente da insospettabili idoli della sinistra “progressista” di ieri e di oggi, come George Bernard Shaw.

Ora, pur comprendendo le motivazioni che stanno alla base del discorso di Singer, non si può non rilevare come sostanzialmente la base logica di tali idee di Singer e di molti altri “progressisti” sia non così dissimile da quella che mosse gli eugenetisti vecchia scuola o i nazisti, ovvero la ricerca dell’efficenza a tutti i costi, il bisogno ( giustificato come “umanitario” ) di assicurare una “soluzione finale” per tutte quelle vite, vuoi per questioni di salute, vuoi per questioni economiche, sociali e culturali, erano viste come “indegne di essere vissute”.