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I soldi degli aiuti umanitari arrivano veramente tutti a destinazione?

 

 

Si sente spesso parlare di aiuti umanitari, versamento di contributi e cooperazione internazionale, tutti concetti di per sé validissimi che però si scontrano con una realtà burocratica difficile anche all’interno delle più grosse associazioni umanitarie.

In un interessantissimo articolo pubblicato sul quotidiano torinese ‘La Stampa’ si porta alla luce il caso del Burkina Faso, un paese poco più piccolo dell’Italia che stagna ai primi posti delle classifiche di povertà del mondo nonostante gli aiuti umanitari. I problemi gestionali del paese sub sahariano vanno oltre la semplice amministrazione, ci si trova di fronte ad una realtà frammentata, dove esistono ben 60 etnie ed altrettante lingue, ad aggiungere confusione ci sono anche tre differenti fedi religiose: Cristiana, Islamica e Animista.

Un contesto così variegato con l’istruzione che rimane un punto in programma piuttosto che una realtà condivisa, le piccole differenze rimangono motivo di scontro, il più delle volte persino sanguinoso (lo dimostra l’attentato dello scorso gennaio portato dai soliti attivisti islamici). I problemi non sono solo legati alle differenze, a preoccupare maggiormente sono le strutture sanitarie altamente deficitarie e le condizioni di vita disagiate, due elementi che fanno si che la durata media della vita sia piuttosto bassa (45 anni). Senza contare che nonostante ci sia precarietà di lavoro e di cibo la fertilità delle donne si attesta ad una media di 7 figli per ciascuna.

Ciò non significa che il paese non sia ricco di cultura e di voglia di emergere, in questo stesso contesto difficile si possono apprezzare l’arte tradizionale e sopratutto la cultura cinematografica (una delle migliori in Africa). Elementi che fanno intravedere le grandi potenzialità di questo popolo e che dovrebbero essere supportati dai contributi versati dalla cooperazione internazionale (circa il 0,7% del prodotto interno lordo).

I contributi a cui si fa riferimento si attestato sui miliardi di dollari, allora com’è possibile che le infrastrutture rimangono fatiscenti e che la popolazione invece di registrare passi in avanti abbia segnato un bilancio negativo dello 0,2 %? Semplice i progetti vengono gestiti da associazioni internazionali i cui capi pensano solo ad ingrassare le proprie tasche. L’esempio forse più esemplificativo di questa triste realtà è rappresentato dal progetto di agricoltura avviato nel 2007 nel villaggio di Kongoussi (1500 abitanti), un’iniziativa lodata dalla comunità internazionale che è culminata con un disastro dopo poco tempo, quando l’Unido, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della crescita industriale, è subentrata nel progetto.

Nel periodo in cui il progetto è stato gestito dalle Nazioni Unite tutto è andato storto, i fagioli erano invendibili, le sementi sbagliate rallentavano la coltura, e i poveri contadini non vedevano il denaro dovuto per le loro prestazioni lavorative. Un disastro a cui il capo progetto, l’italiano Valter Ulivieri, ha voluto porre rimedio riprendendo le redini.

In conclusione, si fa presto a parlare di aiuti umanitari per smuovere le coscienze, ma non si può contribuire fintanto che i risultati sono questi, dietro ai contributi si è aperto un businness parallelo che dev’essere smontato per il bene delle stesse popolazioni che con questi presupposti se la passerebbero meglio senza aiuti.

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