Eremita del III secolo, sant’Antonio abate è conosciuto come taumaturgo, per le lotte intraprese con il demonio e come protettore degli animali.

Molto venerato in tante località italiane e non solo, sant’Antonio abate, di cui ricorre oggi, 17 gennaio, la memoria liturgica fu un eremita del III secolo. Visse nel periodo della persecuzione dell’imperatore Diocleziano, e come ricorda il Martirologio Romano, in quella circostanza sostenne i confessori della fede.
La sua data di nascita con molta probabilità è collocata per il 250 a Coma, in Egitto. I suoi genitori erano dei ricchi agricoltori che morirono quando lui era un ragazzo all’incirca di 18 anni. Lui sentì la chiamata alla vita religiosa mentre era intento a meditare leggendo il Vangelo.
Santo di oggi 17 gennaio: Sant’Antonio abate, eremita e padre del monachesimo
Rinunciò a tutti i beni terreni e alla vita mondana, e si dedicò alla solitudine e alla preghiera vivendo come anacoreta. Si ritirò nel deserto, prima in un luogo solitario, poi vicino al Mar Rosso, dove visse una vita di ascetismo, digiuno e preghiera, combattendo le tentazioni demoniache.
Definito come un padre del monachesimo, il suo stile di vita attirò diversi discepoli così poi lui fondò una comunità di monaci che seguivano la sua guida spirituale, dando impulso alla vita monastica organizzata. A lui, infatti, si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio.
È uno dei quattro Padri della Chiesa d’Oriente che portano il titolo di “Grande” insieme al sant’ Atanasio, a san Basilio Magno e a Fozio di Costantinopoli. Le maggiori informazioni su sant’Antonio abate ci giungono dalla Vita Antonii pubblicata scritta da sant’ Atanasio.
Taumaturgo e protettore degli animali
Si dice che il Santo lasciò l’eremo solo due volte per sostenere i cristiani perseguitati ad Alessandria e per contrastare l’eresia ariana, supportando proprio sant’Atanasio. Morì nel 356 quando era ultracentenario, nel deserto della Tebaide, lasciando istruzioni precise per la sua sepoltura.
Durante la sua vita, soprattutto nei primi anni della sua attività eremitica subì vari attacchi da parte del demonio. Si narra che una volta senza sensi venne raccolto da persone che si recavano nella caverna scavata nella roccia dove si era ritirato a vivere per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio.
Per molto tempo, negli anni successivi, si dedicò a lenire le sofferenze degli altri. Svolgeva un’attività esorcistica di liberazione dal demonio e inoltre, la sua preghiera di intercessione era potente e avvenivano numerose guarigioni. Così si diffuse la fama di lui come taumaturgo.
Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo.Per tutta la vita parlò il copto, la lingua dei contadini egiziani, mentre ignorò il greco. L’elemento che lega la sua figura agli animali, di cui è diventato il protettore, tanto che ogni anno nel giorno della sua memoria liturgica in varie località del mondo è in uso dare una benedizione ad essi, risale al Medioevo.
Alcuni suoi discepoli avevano fondato l’Ordine ospedaliero degli Antoniani dove venivano curati anche i malati affetti da ergotismo, cioè herpes zoester, che poi prese il nome di “fuoco di Sant’Antonio”. Dal momento che per curare questa malattia si usava il grasso dei maiali ne derivò un legame che poi si estese più in generale anche agli altri animali. L’iconografia ha sempre raffigurato sant’Antonio abate insieme ad uno o più maiali.







