San Giuseppe ci richiama alla figura del padre oggi in via di estinzione

Oggi si celebra la figura del padre, sempre più assente nella società contemporanea. Ma chi è il Padre, e perché tutti ne abbiamo un forte bisogno? 

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Papa Francesco ha ricordato il centocinquantesimo anniversario della dichiarazione di San Giuseppe Patrono della Chiesa universale con la Lettera apostolica “Patris corde – Con cuore di Padre”. Per l’occasione Francesco ha anche indetto lo speciale “Anno di San Giuseppe” fino all’8 dicembre 2021.

La ricorrenza di San Giuseppe e della Famiglia

Ma la prima ricorrenza si interseca anche a una seconda, altrettanto importante e del tutto conseguenziale. Quella cioè dell’inizio dell’Anno della Famiglia Amoris laetitia, a 5 anni dalla pubblicazione dell’Esortazione post-sinodale, firmata nel 2016 proprio sotto la protezione di San Giuseppe, il 19 marzo. Il legame è quindi immediato, quello cioè della tenerezza del padre e della famiglia allo stesso tempo, colonna portante della società.

La stessa famiglia che purtroppo, nella società contemporanea, sembra essere sempre più attaccata, bistrattata, sottovalutata, oscurata. La stessa figura del padre, che, putroppo, al giorno d’oggi, è sempre più assente, debole, quasi eclissata. Due perni, insomma, dell’umanità e dell’amore che Dio ha manifestato per tutti gli esseri umani, di cui c’è bisogno con forza di rendere merito e di celebrarli.

Le parole di Papa Francesco su San Giuseppe

Papa Francesco ha definito, nell’udienza di mercoledì, San Giuseppe un “uomo giusto e saggio”, mentre nella Patris Corde ne parla come di un Padre amato accogliente e nell’ombra, un Padre dal coraggio creativo. Insomma sotto la figura di Giuseppe si annodano i fili dell’amore per la Chiesa e per i suoi figli, come anche per la famiglia.

Guardare a San Giuseppe significa infatti imparare l’arte della paternità, ha detto il Papa in un’altra occasione, diventare pastori capaci di custodire il gregge e di guardare oltre, secondo i progetti di Dio. San Giuseppe è quindi modello anche per i pastori chiamati ad essere soprattutto padri.

Le tre indicazioni del Pontefice per i sacerdoti

Francesco ha lasciato in particolare tre indicazioni da declinare nel ministero sacerdotale, tre tratti salienti della figura di Giuseppe, padre che accoglie, custodisce e sogna. Il prete in parrocchia, ha detto Francesco, è chiamato a mettere da parte i progetti personali e ad amare senza cercare spiegazioni “alla sorprendente e misteriosa realtà che si è trovato di fronte” accogliendola con fede.

Cioè il parroco deve cercare a tutti i costi di non restare imbrigliato in piani pastorali già precostruiti senza tener conto della realtà preesistente. In questa direzione, lo sposo di Maria ci è maestro di vita spirituale e di discernimento. Per questo va invocato anche per essere liberati dai lacci delle troppe riflessioni nelle quali ogni tanto ci si finisce per perdere.

Perché guardare alla figura di San Giuseppe

L’amore di Giuseppe, che si manifesta “con la libertà interiore del servo buono e fedele che desidera solo il bene delle persone che gli sono affidate”, si concretizza in un cuore vigilante, attento e orante, spiega Francesco. Che spiega come Giuseppe non si mette “davanti per aprire la strada, in mezzo per incoraggiare, indietro per raccogliere gli ultimi”.

Meglio ancora, “non pone al centro sé stesso e le proprie idee, ma il bene di coloro che è chiamato a custodire, evitando le opposte tentazioni del dominio e della noncuranza”. Dove gli altri vedono poco e nulla, o talvolta rischi e paure, Giuseppe scruta l’azione di Dio, facendosi “sognatore”, colui che guarda al di là.

Giuseppe ha creduto invece che guardare ai dubbi

Giuseppe, insieme a Maria, “preferendo credere più a Dio che ai propri dubbi, si è offerto a Lui come strumento per la realizzazione di un piano più grande, in un servizio prestato nel nascondimento, generoso e instancabile, sino alla fine silenziosa della propria vita”. Insomma, riflettendo sulla figura di Giuseppe accade che il cuore si allarghi e lo sguardo si dischiuda su quella paternità oggi tanto in crisi, ma di cui c’è un assoluto bisogno di riscoprire.

Di ricomprenderla e soprattutto di riaffermarla. San Giuseppe infatti si è spogliato di ogni orpello per fare posto a Dio accogliendo la vita e la famiglia nella propria vita. Per comprendere che cosa sia un padre, a lungo la scienza si è interrogata, come anche nella modernità la psicologia, per capire quale sia il posto del padre nella realtà psichica di ogni persona.

La figura del padre indagata nella letteratura

Ciò che si è compreso è che non si può stare senza padre, perché la sua figura è essenziale per ogni persona e per ogni progetto umano. Come anche la madre è la carnalità da cui ciascuno proviene, il padre è una domanda che sorge nel cuore del figlio. Chi siamo, perché viviamo, dove andiamo. “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio”, dice l’evangelista Matteo (Mt 11,27).

La figura del padre, in psicologia, introduce all’esperienza della differenziazione e all’obiettività della legge, mentre quella della madre è fondata sulla fusione e sul desiderio, sull’esclusività di un legame fisico. Anche la letteratura ha indagato a lungo la figura del padre, nel ventesimo secolo e non solo. Kafka, per citare un esempio, scriveva al padre con parole molto intense.

La cultura contemporanea sta smarrendo la figura del padre

“Carissimo padre, mi hai chiesto poco tempo fa per quale motivo affermo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo rispondere; da un lato proprio per la paura che ho di te, dall’altro, poiché, alla base di questa paura, esistono troppi dettagli perché io possa esprimerli oralmente… E se in questo momento cerco di risponderti per iscritto, sarà in modo piuttosto incompleto perché, anche per iscritto, la paura e le sue conseguenze mi bloccano davanti a te”.

La cultura contemporanea ha invece avuto sempre più difficoltà a riconoscere il bisogno di riconciliarsi con la fragilità del padre e di rendergli giustizia in quanto ci ha trasmesso la vita. Riconoscere il padre significa accettare i propri limiti e riconoscere un dono assoluto, quindi fare prevalere l’esperienza del perdono, dell’incontro e del prevalere della gratitudine.

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Due canzoni che rappresentano bene questo disagio

Molto difficile per una società che punta a superare ogni limite, a volere tutto e subito, a scardinare ogni regola senza alcuna obbedienza, a rifiutare in ogni modo il ringraziamento per tentare di imporsi affermando il proprio io. Oggi, spiegano scienziati come lo psicoanalsita Massimo Recalcati, non esiste tanto la ribellione verso la figura del padre, quanto la rimozione. Siamo ossessionati dal consumo e non viviamo più nemmeno il desiderio, perché ogni desiderio vogliamo che sia giù qui e subito.

Due canzoni della cultura contemporanea, però, rappresentano bene questa eclissi del padre oggi, come ha fatto notare la Nuova Bussola quotidiana. Una è Annarella dei Cccp, scritta dal genio artistico di Giovanni Lindo Ferretti inizialmente per il padre, poi dedicata ad Antonella Giudici, la performer dei CCCP. Il testo dice: “Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così. Non dire una parola che non sia d’amore per me, per la mia vita, che è tutto quello che ho. È tutto quello che io ho e non è ancora finita”.

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Le parole di Papa Francesco nella Patris corde

L’altra è Papatouai (Papa où t’es, Dove sei papà?) del cantante belga Stromae. Nella canzone si ripete ossessivamente il testo: “Dove sei papà? Dove sei papà?“. Il padre di Paul Van Haver, vero nome di Stromae, classe 1985, era un architetto ruandese di etnia tutsi, ucciso nel 1994 durante il terribile genocidio in Ruanda. Anche in questo caso, la dimostrazione plastica della canzone è che di quest’assenza del padre non ne soffrono, evidentemente, solo i cattolici, ma l’intera umanità.

Scrive Papa Francesco nella Patris corde: “Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze (…). L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici (…). La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera”.

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L’azione educativa del padre e il richiamo del Vangelo

Aggiungendo che “un padre è consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure”.

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In questo testo, la parola inutile richiama evidentemente il passo del Vangelo di Luca (Lc 17, 10): “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Per questa ragione, spiega il Papa, il modello di San Giuseppe è importante per tutti i padri. “In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste”.

Giovanni Bernardi

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