Prendiamo anche il buono che viene dagli altri, donna salvata dall’ultima persona che avrebbe immaginato

Quando si parla dei reati commessi dagli stranieri, da qualcuno che ha varcato le nostre frontiere come clandestino o profugo, non si vuole sottolineare che tutti i migranti siano incivili e pronti ad usare violenza sulle donne, ma che, ai nostri confini, non c’è  un opportuno controllo.

E’ una responsabilità delle nostre autorità competenti (in molti casi, incompetenti), se, insieme alle persone bisognose, entrano pure quelli che, anche nel loro Paese di provenienza, sarebbero perseguibili dalla legge.

Tutti i popoli (anche il nostro) sono stati i migranti di altri popoli, nel corso della storia. Perciò, più che ricorrere ad un superfluo campanilismo, ciò che bisognerebbe fare sarebbe sondare l’animo umano, di qualunque persona, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza.

Se Gesù, in questo preciso istante, ci chiedesse di scagliare la prima pietra, qualora appartenessimo ad un Stato privo di criminalità, certo noi italiani non potremmo che tirare indietro la mano e nasconderla.

A dimostrazione di questa semplice riflessione (che potrebbe servire a placare l’odio xenofobo ingiustificato, non certo a sanare le ferite dei sofferenti a causa degli ultimi atti di inaudita violenza), raccontiamo un episodio, avvenuto a Roma, due anni fa, e non certo unico nel suo genere.

Lungo il Tevere, nei pressi del Ponte Palatino, un rifugio arrangiato, era la dimora di Sobuj Khalifa, di 32 anni, proveniente da un paesino vicino Dacca (Bangladesh).

In Italia, era arrivato in cerca di fortuna, con il fratello maggiore, mentre il resto della sua numerosa famiglia era rimasta in patria.

Avevano lavorato, per qualche tempo, vendendo fiori, ma ora non avevano nulla di nulla: “Con i legni accendo il fuoco per cucinare, quando non ho proprio nulla da mangiare vado alla Caritas.”. “D’inverno, quando il fiume si alza e i vigili mi cacciano via, dormo nei giardini sul lungotevere. (…) Vendevo fiori, mi davano 50 euro a settimana, poi ho venduto ombrelli, ma ora non c’è più lavoro. Sì, ho bisogno di tutto, ma non ho pretese.”, raccontava lui stesso.

In quell’abitazione umida, sporca e affatto salutare, i due fratelli passavano, quindi, le giornate, in attesa che accadesse qualcosa di buono, mentre i topi facevano loro continuamente visita.

Un martedì qualunque, Sobuj vide una donna gettarsi nel fiume Tevere, voleva morire!

Senza chiedersi se fosse giusto o meno assecondare la volontà della suicida, anche lui di buttò in acqua, riuscendo (non senza fatica, poiché è altro meno di 1,60 centimetri) a portare in salvo la donna.

L’episodio gli costò, però, l’essere riconosciuto e segnalato dalle forze dell’ordine, che intervennero subito dopo i soccorsi, in quanto clandestino.

Ma gli stessi poliziotti, appartenenti al Commissariato Celio, chiesero ed ottennero, per lui, un permesso di soggiorno per un anno, per premiarlo del suo gesto eroico e disinteressato.

Il Sindaco di Roma di allora, lo ringraziò personalmente, dicendogli: “Mi ha tanto emozionato, non sono mai stato così contento.”.

Sobuj aveva detto: “Ho visto quel corpo, che all’inizio mi sembrava un pesce enorme, galleggiare e avanzare verso di me, poi però il mio sguardo ha incrociato i suoi occhi che si spalancavano e poi chiudevano. Ho cominciato a correre lungo l’argine, seguendo quella figura trascinata dalla corrente, gridavo di chiamare i soccorsi, tutta la gente guardava dal ponte e urlava e io alla fine mi sono buttato, senza neanche togliermi scarpe e pantaloni. So nuotare bene, andavo sempre al mare e nel mio paese facevo il pescatore. Non ho avuto paura.”.

Non è facile nuotare nel Tevere e riuscire a trascinare un corpo inerme nell’acqua, questo Sobuj non lo disse e, a distanza di due anni, non sappiamo che vita abbia condotto quel coraggioso bengalese, se abbia trovato un lavoro e un posto per dormire al caldo, in questo nostro Paese di disoccupati cronici. Lo speriamo.

Lui è l’emblema di quelle persone che non hanno niente, ma sono capaci di dare tutto, di coloro che vorremmo passassero le nostre frontiere; questa è la gente semplice, da cui ogni malintenzionato (ma anche ognuno di noi) dovrebbe imparare il valore della vita e della generosità.