Il più bel dono della mia vita me lo ha fatto madre Teresa.

Marina Ricci, storica vaticanista del Tg5, parla del suo ultimo libro in cui racconta una storia d’amore, fede e abbandono: quella di suo figlio Govindo, affetto da una patologia degenerativa, adottato dalle Missionarie della Carità durante un viaggio a Calcutta

Madre Teresa di Calcutta

Marina Ricci è un volto noto della televisione italiana. Storica vaticanista del Tg5, molti ricordano i suoi servizi dalla Città del Vaticano o da diverse zone del mondo, sempre puntuale, sicura, competente. In pochi, invece, conoscono il volto di Marina bagnato di lacrime, terrorizzato e affranto di fronte alla tremenda miseria delle strade di Calcutta, davanti ai moribondi o ai bambini, soli e denutriti, assistiti dalle suore di Madre Teresa. È il volto che la giornalista stessa ha voluto rivelare nel suo ultimo libro “Govindo. Il dono di Madre Teresa” (ed. San Paolo), in cui racconta la storia di un viaggio di lavoro divenuto il punto di svolta della sua vita e di quella di suo marito e dei suoi quattro figli, grazie all’adozione di un bambino indiano malato. Govindo, appunto, Gogo per i fratelli, affetto da una malattia degenerativa che non gli permetteva di muoversi o comunicare ma che, nonostante questo, ha saputo insegnare l’amore, quello vero, ad un’intera famiglia. Il gesto eroico dell’adozione di un bimbo malato rimane pertanto sullo sfondo in questa storia narrata da Marina Ricci; quello che lei vuole raccontare “è una storia di amore” come dice a ZENIT. Una storia benedetta dalla straordinaria donna che domani sarà proclamata Santa: Madre Teresa.

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Chi era Govindo?

Govindo era mio figlio. Anche se questa è una storia che non sono mai riuscita a possedere, ho sempre percepito che era mia ma che non era mia. E questo è pure il motivo per cui ho deciso solo dopo 20 anni di pubblicare questo libro.

Può raccontarci un pezzetto di questa storia?

Ero vaticanista del Tg5 e nel novembre del 1996 Madre Teresa stava molto male. Era anziana e da anni soffriva di disturbi cardiaci, per cui tutti pensavano che stesse per morire. Le redazioni giornalistiche erano in allerta, anche il mio direttore Enrico Mentana (che firma la prefazione del libro ndr), il quale mi comunicò da un giorno all’altro che dovevo partire in India con il preciso incarico di dare sì notizie sulla salute di Madre Teresa, ma anche di fare un reportage sulle Case gestite dalle suore per raccontare questo mondo. Lui era rimasto colpito nell’86 da un articolo del Corriere della Sera che parlava della visita di Giovanni Paolo II alla Casa dei moribondi, in cui il Papa era rimasto in silenzio. Mosso dalla curiosità, mi disse: “Vai a vedere, raccontami il mistero di questa Casa che ha fatto restare in silenzio anche uno come Wojtyla”. A Calcutta, però, non c’era solo la Casa dei moribondi, ma anche quella dei bambini… Dopo aver visto la situazione di miseria e degrado umano, che per me era stato uno choc, vidi anche quella dei bambini accuditi dalle suore. La sera chiamai mio marito (il giornalista Tommaso Ricci, capo della redazione cultura e spettacoli del Tg2, ndr) e gli dissi: “Abbiamo già 4 figli, adottiamone uno”. Quando sei seduto sul divano di casa tua è facile teorizzare se prendere o non prendere un bambino di un orfanotrofio che ha bisogno di cure, ma di fronte a quella realtà estrema capisci che tutte le teorizzazioni occidentali non valgono niente.

Tuo marito cosa rispose?

Mi disse (stranamente, visto che è la parte razionale della famiglia) “fa quello che vuoi”. Quindi andai dalla suora responsabile delle adozioni e dissi: “Voglio adottare un bambino!”. “Non ne abbiamo bisogno” fu la risposta, “abbiamo una lista infinita di coppie, pratiche burocratiche lunghissime” e via dicendo. Replicai: “Nessun problema, io ho già 4 figli”. E la suora: “Ah, lei ha 4 figli? Il Signore le chiede allora di prenderne uno che nessuno vuole”. Lì per lì dissi di no, che non se ne parlava proprio, ma il giorno dopo tornai in orfanotrofio.

E trovasti Govindo…

Sì, e da lì è iniziata una storia misteriosa e bellissima. Gogo era stato trovato in una discarica come tanti bambini della Casa. Aveva una malattia genetica incurabile, per cui non parlava, non camminava, sembrava totalmente assente. La scheda medica diceva che era privo di comunicazione, cosa che poi si è smentita nel tempo. Il primo effetto nel vederlo fu quasi di repulsione, un po’ come tutta la città di Calcutta dove avvertivo i miasmi delle malattie, della miseria… Aveva 6 anni ma stava in una posizione fetale, con le braccine e le gambe incrociate, come inchiodate in uno spasmo perenne. Mi aveva molto impressionato. Dissi presto di no alla suora che mi aveva messo pure in braccio questo piccolo malato e denutrito, ma nei 15-20 giorni in cui rimasi in India non mi diedi pace. Ho avuto il tempo di parlare con mio marito, di cercare prima di farmi confortare nella decisione di non prenderlo perché era giusta, perché io lavoravo e non potevamo curare questo bambino, dargli tutte le attenzioni.  Io però stavo a Calcutta, e a Calcutta non ci stanno divani per le teorie. Davanti ad un bambino steso su un pavimento, in mezzo ad altri 400 lasciati, oltretutto handicappato, incapace anche solo di scacciare una mosca, tutte le teorie non hanno senso. Anche una famiglia con una madre impegnata è comunque meglio. Quindi alla fine, dopo un lunghissimo travaglio, siamo tornati con mio marito e l’abbiamo portato in Italia e qui è cresciuto con i miei figli fino al 2010, quando a 18 anni è morto.

In che senso questo bambino è stato un dono?

L’incontro con Govindo è stata una possibilità per la mia vita e per insegnare ai miei figli, senza una parola, che il cuore di tutti si può allargare. Gogo ha dimostrato che tutti gli esseri umani hanno una struttura di amore. In lui era evidente: non poteva camminare, parlare, però se instaurava ad esempio un rapporto affettivo con il terapista arrivava a fare cose fisiche mai fatte. È vero che la molla dell’amore incide anche sul fisico. Anche Madre Teresa diceva che la mancanza di amore, il sentirsi rifiutati, abbandonati, ci cambia nel fisico, ci fa diventare più rattrappiti, acidi, compressi. Quella di Govindo era quindi una scommessa che il Signore ha fatto con me e tutta la mia famiglia.

Chi l’ha vinta?

Lui, sicuramente. Non perché siamo diventati migliori o perché i miei figli sono esenti oggi dal dover scegliere se amare Cristo. Ma perché è come se avesse posto nella vita di tutti noi una pietra di paragone con la quale inevitabilmente confrontarsi. Nel confronto, come diceva Jean Vanier, con le persone malate o povere alla fine scopri il povero che è in te. Scopri che non sei tu a fare le cose, che sei solo un piccolo grumo di ambizioni, tentazioni, desideri inconsulti. Ognuno nella sua vita ha un Govindo, quella è la possibilità per lasciarsi andare ad un amore più grande.

Ti manca tuo figlio?

Moltissimo… Lui riempiva le giornate in modo naturale. Ricordo un pomeriggio in cui ero con mia figlia Angela, lui era scomparso da poco, e le ho detto: “Vedi quanto tempo abbiamo adesso?”. E lei: “Sì, mamma, ma per fare cosa?”. Non c’è stato mai nulla di forzato anche perché poi Govindo è migliorato molto, si era stabilita una comunicazione fortissima seppur non ‘canonica’. Ci siamo amati tantissimo, un amore reciproco.

Toccando con mano questa malattia di tuo figlio che effetto ti fa sentire il Papa parlare di una “cultura dello scarto”?

Mi viene in mente quello che ha detto mio marito ai funerali di Govindo: “Signore tu ci hai ridetto attraverso di lui il Tuo sistema preferito, il Tuo trucco per farti trovare. Tu nascondi le gemme più preziose della Tua creazione in involucri da poco, poveri, fragili, malati. In involucri spesso rifiutati. Come disse la sister all’orfanotrofio a Calcutta a mia moglie Marina: non prendete un bambino sano, prendete uno di quelli che nessuno vuole. E che affare abbiamo fatto, grazie Signore!”. Penso questo quando il Papa parla degli scarti.

I tuoi figli come hanno vissuto questa esperienza?

Quando ho adottato Gogo ho fatto un patto col Signore: “Io amerò il tuo però tu preoccupati dei miei”. Chi legge l’appendice dove tutti e quattro hanno scritto un proprio contributo, può accorgersi di cosa è stato questo bambino per la loro vita. Ognuno ha instaurato un rapporto personale con lui: chi lo curava, chi giocava, chi gli restava a fianco in silenzio o, come mia figlia Cristina, lo ‘stuzzicava’, organizzando anche set fotografici in cui ritrarlo. In questo senso dico che la scommessa l’ha vinta Nostro Signore: non perché i miei figli siano perfetti o diversi dagli altri ragazzi, ma perché Govindo per loro è in modo cosciente un seme piantato. Fino all’ultimo istante la vita è data perché si possa conoscere Gesù Cristo e spero che Govindo tenda una mano e li aiuti.

Pensi che il libro possa essere anche un aiuto a tante famiglie che vogliono adottare?

Non mi sono preoccupata del mio pubblico. Questa storia l’ho scritta per me. Tutta la prima parte, rimasta sostanzialmente invariata, l’ho scritta tra il ’97 e il ’98 a mano su un quaderno mentre aspettavo l’arrivo di Govindo a Roma, perché non volevo dimenticare i particolari. Percepivo questa storia importante e bella, per cui è stato un atto ‘egoistico’. Quando poi Govindo è morto mio marito e i miei figli mi hanno chiesto di completare il libro, ma non sono riuscita a scrivere una riga per due anni, poi l’ho finito e l’ho tenuto nel cassetto per qualche altro anno. Fino al febbraio di quest’anno: una delle Missionarie della Carità che lo aveva letto mi ha chiesto: “Ma perché non lo pubblichi?”. E dato che ho sviluppato questo senso di ‘dipendenza’ dalle Missionarie, ho alzato il telefono e cercato un editore. Eccolo qua: non so se è bello o brutto, spero che sia utile nel senso che può capitare ad ognuno la possibilità di incontrare Gesù Cristo e di allargare il proprio cuore.

A proposito delle suore, tu che le conosci da vicino, cosa potresti dire di loro? Nel mondo c’è quasi un mito delle Missionarie della Carità…

Sono persone normalissime, con i problemi e i difetti di tutti, mica personaggi eterei… Amano però Cristo e, di conseguenza, quando sbagliano chiedono perdono. Questa, forse, è l’unica differenza. 

Che effetto ti fa vedere Madre Teresa Santa?

Mi affascina terribilmente. La sento poi particolarmente vicina perché penso che mio figlio adesso sta con lei. Mi avevano raccontato infatti che negli ultimi tempi coccolava molto Gogo in orfanotrofio. Lei era malata sulla sedia a rotelle, ma riusciva comunque a tenerlo in braccio perché lui era così fragile, magro, denutrito. In fondo a me ho sempre pensato che con quell’adozione lei avesse voluto sistemare questo bambino prima di andar via.