Perché Dio permette il male nonostante la sua infinita bontà?

Vi sarete sicuramente soffermati a riflettere sul perché Dio, che è infinitamente buono e misericordioso, permetta al male di colpire indiscriminatamente buoni e cattivi. Rispondere ad uno dei più grandi misteri della vita può sembrare semplice per chi possiede una fede ferrea, eppure questo lecito dubbio mina da sempre le certezze dei fedeli portandoli o ad un’incrinatura della fede stessa o addirittura a non credere.

Nel parlare del perché Dio consenta il male nel mondo bisogna fare un distinguo: da un lato c’è il male portato dagli uomini ad altri, dall’altro c’è il male che esiste in natura e si manifesta attraverso malattie incurabili o cataclismi. Se all’esistenza della prima tipologia di male si può semplicemente rispondere che è portato da un cattivo utilizzo del libero arbitrio che ci viene concesso (quindi non deriva da Dio ma dall’uomo), nel secondo caso c’è bisogno di una maggiore riflessione per comprenderne l’origine.

Se poneste questa domanda ad un sacerdote probabilmente vi risponderebbe che i piani di Dio sono imperscrutabili, ma che la fede ci permette di comprendere che quali essi siano sono sicuramente volti ad un bene maggiore. Il mistero di simili accadimenti, dunque, permane ad unico uso e consumo dell’Onnipotente e a noi viene chiesto semplicemente di rimanere fiduciosi, di non perdere la speranza. Sebbene da un punto di vista esclusivamente razionale una simile risposta non soddisfa l’intelletto, ci si può avvicinare a questo punto di vista riflettendo sul fatto che Dio permise l’ingiusto e atroce sacrificio del figlio al fine di permettere al maggior numero possibile di anime di salvarsi e giungere in Paradiso.

Interessante a questo proposito sono le riflessioni di padre Angelo Bellon, il quale in un recente saggio teologico ha spiegato come in questi casi non siamo sempre esenti da colpe: “Il male ce lo diamo da noi stessi, privandoci della sua grazia, che la sacra Scrittura presenta come scudo, come corazza, come protezione. Quando fai qualcosa di male, ti privi della benedizione divina. In questo senso nella Sacra Scrittura si legge che ‘chi pecca, danneggia se stesso’”. Tale riflessione può essere valida nel caso dei fedeli scostanti o dei non fedeli, ma perché allora anche i santi sono vessati da episodi funesti? A questo quesito padre Bellon risponde: “La cura circa i tralci buoni consiste nel renderli ancora più fruttuosi: ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto […], ossia perché cresca nella virtù, cosicché i suoi quanto più sono puri, tanto più portino frutti”.

I frutti ricercati da Dio attraverso le ‘Croci’ sono in molti casi le progressioni dei singoli virtuosi verso una fede più matura, come scritto anche da San Tommaso: “Le prove servono a purificare la fede” aggiunge ancora il teologo “se ben accolte, radicano maggiormente in Dio. Mai come in quei momenti si avverte che solo lui è il nostro Salvatore. Le prove servono a tenerci uniti a Dio, ad aprirci a Lui, a confidare solo in Lui. E in questo modo permettono a Dio di esprimere in noi la sua onnipotenza divina”. D’altronde, a ben rifletterci, sono numerosi i casi di conversione proprio in seguito a malattie o ingiustizie.

Un ultimo interessante spunto di riflessione a riguardo, questa volta incentrato sul verificarsi di catastrofi naturali, lo ha offerto recentemente Papa Francesco durante un omelia rivolta ai terremotati in cui ha detto: “Nel mistero della sofferenza di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo. Da una parte c’è la precarietà della nostra vita mortale, oppressa da un male antico e oscuro. Dall’altra c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, con l’aiuto di Dio, solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza. Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere sfiduciati a piangerci addosso per quel che succede”.