Il peccato contro il secondo Comandamento è molto grave. Esso ci chiede esplicitamente: “Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano”, come è scritto nel Libro dell’Esodo.
E, spesso, invece, lo si fa anche con molta leggerezza, quando si impreca o si bestemmia, addirittura, o quando si usa il nome del Signore per un intercalare arbitrario, nei nostri discorsi.
Ma ricordiamo anche che Gesù ci ammonisce e dice: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”, secondo il Vangelo di Matteo; oppure: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità”, secondo la Prima Lettera di Giovanni.
Il Dio che disse a Mosè, nel Libro dell’Esodo: “Io sono colui che sono!”, ci chiede anche di non servire due padroni; ci dice che lui, il Signore, deve essere al centro dei nostri pensieri e d’ispirazione per le nostre opere tutte.
In questa accezione, nominare il nome di Dio invano, vuol dire anche non rendergli omaggio; non rispettare il suo creato e le sue creature; non onorare i suoi Comandi; sminuire la grandezza del progetto che ci è stato da lui assegnato.
Potrebbe voler dire pure non sapere usare i suoi doni per il bene o farne un suo egoistico e privato; non riconoscere la sua Santità e rinnegarlo, facendolo, invece, protagonista della nostra rabbia insana.
Dio va invece, invocato, tutte le volte che abbiamo bisogno del suo amore infinito e paterno; tutte le volte che abbiamo bisogno di mettere in fuga Satana.
“Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” è scritto negli Atti degli Apostoli.
Cosa accadrà, dunque, a chi lo nominerà invano e, anzi, ne offenderà l’Onnipotenza macchiandosi di questo peccato?
Antonella Sanicanti
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