Papa Francesco: perché è cambiato il Padre nostro?

Il Padre nostro da oggi è cambiato. Non diremo più “non indurci in tentazione”, ma diremo “non abbandonarci alla tentazione”.

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La preghiera più conosciuta della cristianità, il Padre nostro, è cambiato: ha adottato una nuova traduzione, più fedele al greco antico, con l’approvazione di Papa Francesco. Francesco a sua volta ne ha approvato la promulgazione sulla scia del giudizio positivo da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

E infine, la formula “non ci abbandonare alla tentazione”, é stata confermata dalla Cei nell’edizione della Bibbia del 2008 per la terza edizione del Messale Romano, dopo sedici anni di lavoro, ed entrerà da oggi nell’uso liturgico. Ma cosa recitiamo con il Padre nostro e perché era bene chiarire questo cambiamento?

Cosa recitiamo quando diciamo un Padre nostro

Innanzitutto, chiamando Dio “Padre nostro” ci facciamo tutti fratelli e suoi figli, mettendoci sotto l’ala potente del suo amore per noi e il prossimo. Dichiarando che il Padre è nei Cieli, affermiamo la nostra fede nella vita eterna e spirituale.

Affermando “sia santificato il tuo nome“, preghiamo affinché l’mo conosca Dio e lo ami. Accresciamo così la gioia del Padre che è quella di essere amato e di salvare i suoi figli e intercediamo per tutta l’umanità.

Continuando a pregare: “venga il tuo regno“, chiediamo a Dio che il suo amore trionfi su ogni necessità e situazione, ora ed in eterno.

Quel “sia fatta la tua volontà“, invece, ci porta nell’Orto degli Ulivi con Gesù, accettando ogni progetto di Dio su di noi, e ci fa pensare a Maria, quando, credendo, disse il suo “fiat”, e Dio poté operare grandi cose.

Quando chiediamo che la sua volontà sia fatta “come in cielo così in terra”, chiediamo che le cose del cielo e della terra siano in comunione, accomunate dalla volontà di Dio. Chiediamo cioè che sulla terra regni la sua volontà, come succede in Cielo, dove tutto è gioia e felicità.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” serve e a chiedere a Dio, per il giorno di oggi, per il momento storico e particolare in cui viene recitata la preghiera, di soccorrerci, e di darci ciò di cui abbiamo bisogno per vivere nel corpo e nell’anima, e di ripetere questo ogni giorno!

Chiedendo a Dio di rimettere a noi i nostri debiti, “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, gli chiediamo non solo di perdonarci, ma ci impegniamo a perdonare anche noi gli altri. Cosicché, nello stesso modo in cui noi avremo perdonato agli altri, Dio possa perdonare noi. E’ quindi una duplice richiesta di perdono, per noi e per chi ci ha fatto del male, promettendo di perdonare e ricevere da Dio il suo perdono proprio in quella stessa misura!

È Gesù che ci perdona nella Confessione con amore di Padre
Gesù conosce i peccati, il Sacerdote no (photo websource)

 

“Non permettere che siamo provati dal male”

E non ci abbandonare alla tentazione“, vuole significare: non permettere che siamo vinti dal male, che la prova sia più delle nostre forze. La modifica apportata deriva da “una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù, e all’originale greco, ovvero un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’.

La traduzione latina inducere poteva richiamare l’omologo greco. Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire spingere a, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’. Insomma, la traduzione ‘non indurci in’ non risultava fedele”. E allora i Vescovi italiani hanno pensato di trovare una traduzione migliore.

“Ma liberaci dal male”: con questa semplice frase, chiediamo a Dio su indicazione di Gesù che ci ha insegnato questa preghiera, di liberarci da ogni schiavitù del male. Liberaci dall’operato del maligno, dalle malattie, dalle sofferenze troppo pesanti che ci schiacciano, dalle situazioni gravose, da ogni schiavitù spirituale, mentale e fisica che ci tiene lontani dal tuo amore.

Dicendo alla fine “Amen”, chiediamo in ultimo a Dio una cosa molto semplice: che tutto questo “sia così”. Amen significa infatti in aramaico “così sia”, o “così è”.

Ecco quindi che, con questo Amen, se avessimo una forte fede, potremmo chiedere a Dio tutto questo e vederlo realizzato! Avremo così il suo perdono, ciò di cui abbiamo bisogno, potremo dirci più degnamente suoi figli, saremmo liberati dal male.

In questa preghiera così bella e armoniosa, occorreva chiarire il punto che riguardava l’intervento di Dio nelle prove?

Perché il Padre nostro è cambiato

Si sarebbe trattato di «una traduzione non buona», spiegava Papa Francesco alla fine del 2017: “Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana, è questo il mestiere di Satana”.

Aggiungeva poi, «il senso della nostra preghiera è: “Quando Satana mi induce in tentazione tu, per favore, dammi la mano, dammi la tua mano”.

La fedeltà alla traduzione originale

Secondo il teologo Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, intervistato da Radio Vaticana, spiega poi come le modifiche derivano da “una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco. In realtà l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’. La traduzione latina inducere poteva richiamare l’omologo greco.

Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a…’, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’. Insomma, la traduzione ‘non indurci in’ non risultava fedele”.

Continuava il teologo Bruno Forte:Una cosa è la prova, in generale; ma il termine che si trova nella preghiera del Padre nostro è lo stesso usato nel Vangelo di Luca in riferimento alle tentazioni di Gesù, che sono vere tentazioni. Allora, non si tratta semplicemente di una qualunque prova della vita, ma di vere tentazioni. Qualcosa o qualcuno che ci induce a fare il male o ci vuole separare dalla comunione con Dio.

Ecco perché l’espressione ‘tentazione’ è corretta, e il verbo che le corrisponde deve essere un verbo che faccia comprendere come il nostro è un Dio che ci soccorre, che ci aiuta a non cadere in tentazione. Non un Dio che, in qualunque modo ci tende una trappola. Questa è un’idea assolutamente inaccettabile”.

Elisa Pallotta

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