Papa Francesco e i limiti all’immigrazione

Papa Francesco e i limiti all’immigrazione
Il Papa e gli immigrati

Che l’immigrazione di massa stia diventando uno dei problemi epocali del nostro tempo appare assolutamente innegabile, perfino Papa Francesco nel suo ultimo discorso ha posto dei “limiti” all’accoglienza incondizionata ed illimitata dei migranti.

Questo problema ha varie cause e molti effetti. Tra le cause, il fatto della facilità dei trasporti è tra le primissime (si pensi ai barconi con cui si attraversa il Mediterraneo). Ma anche l’aumento spettacolare della popolazione mondiale, passata in poco più di un secolo da 1 miliardo di esseri umani ai 7/8 di oggi, specie nell’Africa subsahariana e nelle zone più povere del pianeta. E domani, quando raggiungeremo il 10 o i 15 miliardi di uomini, in buona parte poveri e sottosviluppati?

Gli effetti del fenomeno migratorio appaiono onestamente drammatici, specialmente sul lungo termine, sia per noi europei che per i migranti stessi e per le nazioni (e le famiglie) da loro abbandonate.

Con questa immigrazione di massa e senza regole, soprattutto quando non esiste una cultura omogena (dovuta per esempio ad una tradizione religiosa comune) e quando il popolo che ospita vive una situazione di crisi economica come la nostra, i problemi tendono a moltiplicarsi inevitabilmente.

Problemi di lavoro, di casa, di convivenza, di relazioni sociali, di integrazione; ma altresì a livello scolastico, sanitario, pensionistico, di identità. E’ inutile fare bei discorsi – teorici e astratti – sul dovere dell’accoglienza (indiscriminata) ai rifugiati e ai poveri del pianeta. Il terrorismo ha trovato terreno fertile proprio a causa del mancato controllo delle frontiere e dei documenti, della residenza e del domicilio. I militanti islamici che hanno insanguinato la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Svezia e la Russia erano spesso catalogati come rifugiati. In ogni caso hanno agito in nome di una tradizione religiosa che non è la nostra e che è, almeno virtualmente, antitetica ad essa.

Spesso sono nati da famiglie arabe, hanno sentito il richiamo di Allah in qualche moschea o attraverso qualche imam anch’egli immigrato qui da noi, sono poi andati in Siria o in Iraq per ricevere formazione (spirituale e militare). Sono quindi tornati tranquillamente in Europa e qui hanno colpito. Quante volte è accaduto negli ultimi 3 anni? Decine di volte, causando centinaia di morti (Charlie Hebdo, Bataclan, Nizza, etc.) e migliaia di feriti innocenti.

Passanti colpiti solo perché ritenuti potenzialmente infedeli (al Corano e al Profeta), poliziotti bersagliati in quanto rappresentanti di Stati giudicati nemici dello Stato Islamico (Isis), etc.

Il vescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, che è anche uno dei migliori teologi italiani, ha tenuto una allocuzione per introdurre l’Ottavo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo (pubblicato dalla Cantagalli, nel 2016, con saggi di Ettore Gotti Tedeschi, Anna Bono et alii).

L’allocuzione aveva il titolo emblematico di “Il caos delle migrazioni, le migrazioni del caos”.

In essa il presule asseriva che “se esiste un diritto a emigrare non esiste però un diritto assoluto a immigrare, ossia ad entrare in ogni caso in un altro Paese. In altri termini, i Paesi di destinazione hanno il diritto di governare le immigrazioni e di stabilire delle regole per l’accesso e l’integrazione degli immigrati nella loro società. Principi elementari di diritto umanitario dicono che chi arriva deve essere accolto e accudito, ma i governi devono anche pensare al bene comune della propria nazione nei cui confronti le immigrazioni [incontrollate] possono diventare una minaccia”.

Parole di grande saggezza, che il vescovo concludeva così: “Tra i criteri per la difesa del bene comune nelle politiche migratorie c’è anche il dovere di salvaguardare la propria identità culturale e garantire una integrazione effettiva”.

Si scalpita tanto, specie negli ambienti immigrazionisti e laicisti, contro il Governo Conte-Salvini il quale, si dice, vorrebbe chiudere i porti italiani ai migranti e portare il paese ad immigrazione zero.

Non avendo fatti studi approfonditi di demografia scientifica e di sociologia delle popolazioni, non mi permetto di entrare in valutazioni socio-economiche che non mi competono. Dico solo, alla luce del buon senso, che se anche così fosse, tutto si potrebbe dire del nostro paese, ma non che sia un paese chiuso agli altri.

Infatti, su una popolazione italiana di circa 60 milioni di cittadini, vi sono già, da decenni ormai ed in continuo aumento, oltre 5 milioni di stranieri: naturalizzati, regolarizzati, integrati o anche clandestini oltre che rifugiati di varia origine.

E non tutti gli stranieri hanno la volontà di cercare un lavoro, ‘rifarsi una vita’ e di farsi stimare dai nativi a giudicare dal numero, esorbitante e scandaloso, dei delitti commessi da non italiani in Italia (stupri, spaccio di droga, traffico della prostituzione, mercato nero, etc.).

Molti elementi della cattolicità non si accorgono dei grandi problemi degli italiani, specie dei più poveri e dei più deboli socialmente (donne sole, vedove, anziani, abitanti in periferie difficili, etc.) a fronte di una immigrazione-invasione senza alcun controllo.

Anzi, se un politico parla di censimento dei Rom, cosa assolutamente ragionevole vista la scarsa legalità che vige nei loro accampamenti (assenza di istruzione per i bambini, di cure igieniche, di legittimo controllo), la proposta viene quasi associata alla volontà di sterminio o di distruzione etnica di una minoranza.

Papa Francesco però, in più occasioni ha detto cose a cui la stampa internazionale ha dato poco spazio.

In una conferenza stampa del novembre 2016 il Pontefice disse così: “Per gli emigranti occorrono regole perché emigrare è un diritto che deve però essere rigorosamente regolamentato. Invece un rifugiato fugge da terribili situazioni di guerra, sofferenza, fame e quindi richiede più attenzione e impegno”. Però, continuò il Pontefice, “chiudere il proprio cuore è male, ma se un paese può integrare solo 20 rifugiati, quelli deve accogliere e non di più” (riportato, con ampi commenti, da Anna Bono, Migranti!? Migranti!? Migranti!?, Edizioni Segno, 2017, pp. 96-97).

Lo stesso Pontefice, al ritorno dalla Svezia, ribadì cose simili. Disse: “penso che in teoria nessuno dovrebbe chiudere il proprio cuore a un rifugiato, ma chi governa deve esercitare la prudenza [Ciò che è mancato ai governanti dell’UE in modo straordinario gli ultimi decenni]. Deve essere disposto ad accogliere i rifugiati, ma deve anche calcolare se è in grado di dargli davvero ospitalità perché un rifugiato deve non soltanto essere accolto, ma anche integrato” (ibid.).

Ancora più di recente, come ci racconta il giornalista Lorenzo Bertocchi sul quotidiano La Verità (sabato 23 giugno 2018, p. 4), papa Francesco è tornato sul tema. Scrive Bertocchi che “Nella consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal viaggio papale a Ginevra, Francesco ha rilasciato alcune dichiarazioni sull’immigrazione che riflettono un messaggio di grande buon senso”.

Sollecitato dai vari giornalisti presenti nel volo, Francesco ha dato una sua lettura dei 4 verbi che solitamente usa per regolare la questione dei migranti. I verbi sono accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Ha fatto capire che questi principi sono da contestualizzare caso per caso: “ogni Paese deve fare questo con la virtù del governo che è la prudenza, perché un Paese deve accogliere tanti rifugiati quanti può e quanti ne può integrare” (corsivo mio).

2 notazioni. Il Papa parla del caso drammatico dei (veri…) rifugiati. Se tutti i rifugiati sono migranti, non tutti i migranti sono rifugiati. E se non tutti i rifugiati vanno accolti – ma solo quelli che un paese può effettivamente integrare – ancor di più ciò vale per i migranti economici, che cercano benessere facile più che fuggire da guerre inesistenti. Chiaro?

Aggiungo che se ogni Paese deve decidere con la virtù tipicamente politica della prudenza quanti stranieri accogliere (anche 20 nell’esempio fatto una volta dal papa), può darsi benissimo che i 5 milioni di stranieri che vivono in Italia – e non sempre in modo esemplare – siano già il numero massimo in rapporto alla nostra reale (e non utopica) capacità di integrazione.

Dire quindi che l’immigrazione va combattuta e frenata non è né razzismo (non c’entra nulla il colore della pelle, a volte scurissimo a volte chiarissimo, come in certi migranti dell’Est), né segno di chiusura mentale (semmai di prudenza), né contrario all’insegnamento della Chiesa.

Antonio Fiori