Perché Gesù Cristo ci ha donato il “Padre Nostro”

“Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare (…)”, fu allora che Gesù insegnò loro il “Padre Nostro”.
Probabilmente gli Apostoli erano curiosi di conoscere come il loro Maestro potesse essere in grado, attraverso la sua preghiera, di entrare in così intima confidenza con Dio, chiamandolo addirittura Padre; probabilmente cercavano il modo di sentirsi, anche loro, figli del Signore, come Gesù stava predicando.
Il “Padre Nostro”, ad una attenta analisi, si suddivide in piccole porzioni. Le prime sono promesse/adesioni, le ultime delle invocazioni/richieste di aiuto.
Così, quella preghiera ci dice, sin da subito, che Dio è il nostro Padre e noi siamo, dunque, tutti fratelli. Gesù, esaltando il Padre, ci permette di porci al suo fianco, al suo pari come nostro fratello, per indurci ad alzare gli occhi al cielo, con la speranza di portare al Signore le nostre angosce terrene.

perchè Gesù Cristo ci ha donato il padre nostro
Gesù prega padre nostro

Dio è pura verità, glorificato e onorato come il Santo, perché, come dice Gesù stesso: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14, 21).
Così, il nome del nostro Creatore, che è in cielo, viene esaltato, santificato, perché noi crediamo che il suo Regno, quello della vita eterna e beata, possa realizzarsi.
Dio entra, chiamato dai suoi stessi figli, nelle vite di ognuno e mai se ne distacca.

 

Il Signore regna

Il Signore, ospite del cuore del mondo, sarà un Re che porterà pace, giustizia, amore, al servizio dei suoi devoti: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo” (Matteo 13, 31-33) e che poi diverrà l’albero più grande: “Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.
E’ questo un modo per dichiarare che la volontà di Dio si possa fondare con la nostra e viceversa, perché, come un tutt’uno, ci adoperiamo per la realizzazione del Bene supremo.
Dio vuole che ci sia lui nelle nostre invocazioni: “Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6, 40), per adempiere le sue promesse.
In questo si esprime la nostra piena fiducia e accettazione della cura che avrà per noi, donandoci ciò di cui ogni giorno abbiamo bisogno (il Pane di vita, non solo il cibo materiale), poiché siamo i suoi figli, quelli che, anche se si allontanano, lui attende a braccia aperte per sempre, fino all’ultimo.
Sappiamo che “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4, 4).

Gesù ci insegna il Padre Nostro
Gesù prega

Il Signore si prende cura di noi

La Parola di Dio nutre la nostra anima, la eleva ad essere riscattata dalle cose terrene, a cercare nella comunione dell’Eucarestia (“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Giovanni 6, 56)) la vicinanza al Cristo, Figlio e Dio, ad offrire le nostre membra perché lui viva e operi attraverso di noi.
A Dio, e solo a lui, chiediamo il necessario per vivere, quello che ci basta, mai il superfluo che confonde gli intenti e ci proietta verso il mondo materialistico.
Abbiamo bisogno solo di ciò che ci assicura la sopravvivenza meritata e di null’altro, evitando di preoccuparci di ciò che avverrà domani: “Non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” (Matteo 6, 25-26).

Lui, del resto, ci sosterrà anche quando saremo caduti nel peccato, ma -ricordiamolo- nella esatta misura in cui anche noi perdoneremo gli altri: “Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Matteo 6, 15).
Il male compiuto deve essere necessariamente ricambiato con il bene, dunque, per essere considerati degli figli del Signore nostro: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene“ (Romani 12, 21), altrimenti come ci distingueremo, noi cristiani, dagli altri che amano solo chi li ama?
Per quanto riguarda poi le tentazioni, esse sono permesse da Dio, che, nella sua infinita amorevolezza, ci lascia liberi di scegliere se compiere il male o preservarcene, perché esprimiamo, senza costrizioni, di amare Dio o “Mammona”.
Noi possiamo chiedere che egli ci liberi dalle tentazioni, che ci aiuti, cioè, a non cedere ad esse.
“Pregate per non cadere in tentazione” (Matteo 26, 41), disse Gesù, nostro fratello, nel Getsemani, in uno dei momenti più tremendi della sua esistenza terrena.