Nemmeno la Bomba Atomica ferma questo bambino

 

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Le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nakasaki hanno segnato una svolta per l’umanità. Gli Stati Uniti, forti della vittoria sul fronte europeo (grazie anche all’intervento alleato), cominciavano ad accusare il peso logorante di una guerra infinita ed il conflitto nel Pacifico contro il Giappone era in una fase di stallo. Da qui la decisione di puntare sulla forza bruta per porre fine alle ostilità una volta per tutte.

 

Questo è quello che i libri di storia raccontano senza soffermarsi troppo sulle ripercussioni che questo gesto ha comportato sulla popolazione di quelle due povere città. Ci sono degli scatti, però, che descrivono magistralmente la brutalità di quella decisione, il loro autore è un marine americano mandato sul territorio proprio per documentare gli effetti dell’atomica, tale Joe O’Donnell.

 

Tra tutte le immagini a noi pervenute, quella che ha suscitato maggiore scalpore è sicuramente quella del bambino di Nakasaki che porta in spalla il fratellino piccolo: ad un primo sguardo sembra una scena tenera, un fratello maggiore (il bambino ha solo 10 anni) che trasporta uno sfinito fratellino in spalla che dorme appoggiato a lui. La verità di quella foto è ben diversa, il piccolo era morto ed il fratello lo trasporta in attesa di poterlo cremare.

 

Ad un tratto si coglie tutta la tragicità di una guerra, la foto racconta di un silenzio disarmante in cui un bambino rimasto orfano cammina tra le macerie e si occupa del funerale del fratello più piccolo. Il piccolo sopravvissuto è il volto copertina di una tragedia senza eguali, simbolo delle migliaia di vittime costrette a subire il disagio di una realtà che si stravolge davanti ai loro increduli occhi, quel momento ha colpito persino l’autore dello scatto che in un intervista ad un emittente giapponese ha affermato: “Vidi questo bambino che camminava, avrà avuto all’incirca 10 anni. Notai che trasportava un bimbo sulle spalle. In quei giorni, era una scena abbastanza comune da vedere in Giappone, spesso incrociavamo bambini che giocavano con i loro fratellini e sorelline portandoli sulle spalle. Ma quel bambino aveva qualcosa di diverso”.

 

La differenza era nel suo sguardo, il piccolo guardava fisso davanti a se, sembrava privo di emozioni, era lo sguardo di chi aveva perso improvvisamente ed in maniera truce l’innocenza, lo sguardo di un bambino che a soli 10 anni aveva accumulato le esperienze di tutta una vita ed era diventato un uomo. Dieci minuti dopo degli uomini con le maschere prendono suo fratello e lo gettano nel forno crematorio, nemmeno questo gli cambia lo sguardo, non una lacrima, si è ripromesso di essere forte e per riuscirci sta mordendo il labbro inferiore così forte da farlo sanguinare. Quando la fiamma cala d’intensità (il corpo del fratello è ormai in polvere) il coraggioso bambino si volta e senza tradire un emozione se ne va.

 

Questo attimo racchiude l’insensatezza di quel bombardamento, Joe O’Donnell non si è mai perdonato di quanto successo come se ad ordinare l’attacco fosse stato lui, nel 1995, atterrito dal senso di colpa (la scena di quel bambino continuava a tornargli davanti agli occhi) ha voluto chiedere scusa personalmente alle famiglie giapponesi colpite dal bombardamento con queste parole: “ Voglio esprimervi questa sera il mio dolore e rammarico per il dolore e la sofferenza causata dai crudeli e inutili bombardamenti atomici delle vostre città … Mai più Pearl Harbor! Mai più Hiroshima! Mai più Nagasaki