Nato e cresciuto in Iraq, a Baghdad, monsignor Hanna ha sempre amato la sua terra d’origine e la gente che la abita. Pieno di speranze e convinto che con quella scelta avrebbe potuto aiutare i suoi connazionali in difficoltà, ha deciso di entrare in seminario, quindi, dopo l’ordinazione come sacerdote ha continuato a studiare all’Università Gregoriana di Roma, dove nel 2008 ha conseguito il dottorato in Filosofia.
Prima che potesse ultimare il suo percorso di studi, però, è stato rapito da un gruppo di militanti islamici affiliati ad Al Qaeda. Questi hanno cercato in tutti i modi di convincerlo a rinunciare alla propria fede, ma lui non si è lasciato convincere e per 28 giorni ha sopportato atroci torture. Il suo rilascio è stato facilitato dall’interesse di tutto il mondo e sopratutto del Vaticano, in quei giorni papa Benedetto XVI ha inviato una lettera alla Chiesa Irachena affinché facessero pressioni alle autorità per accelerare le operazioni di salvataggio.
In seguito a quella esperienza traumatica, l’allora sacerdote si chiedeva come fosse possibile che la sua gente fosse cambiata in modo così radicale, una riflessione che è attuale anche oggi come confermato dallo stesso vescovo ad ‘Aleteia‘: “Ci sono così tante incomprensioni, differenze, aggressioni… Mi sono posto tali questioni in quanto cristiano e in quanto iracheno”.
La risposta a quelle domande era semplice, il radicalismo islamico aveva portato confusione tra la popolazione, ma soprattutto odio per il diverso che fino a qualche tempo prima non c’era. Il frutto di quelle riflessioni è una lotta decisa all’estremismo islamico che porta avanti da anni, argomento su cui il vescovo ha anche pubblicato un libro dal titolo ‘Rapito in Iraq: un prete a Baghdad‘. In questo fa capire come il suo rapimento sia proprio frutto di questa atmosfera d’odio e che, nonostante questo, non ha perso il suo desiderio di rimanere in Iraq e aiutare le persone, siano esse cristiane o musulmane.
Luca Scapatello
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