Michele prima di togliersi la vita sapete a chi scrive?

 

 

Michele era un giovane friulano che come tanti altri coetanei viveva una situazione di disagio a causa della mancanza di lavoro e di riconoscimenti. Il mondo a volte è molto duro e in alcuni periodi non concede il tempo di respirare ne di riflettere, così, questo ragazzo invece di continuare a lottare ha deciso di togliersi la vita, ma prima di farlo ha scritto una lunga lettera di denuncia alla società che i genitori hanno deciso di rendere pubblica.

 

Lo struggente scritto di questo trentenne di Udine comincia come molti altri in situazioni del genere, il giovane manifesta la sua stanchezza per un mondo che lo ha masticato e gettato, facendolo prima disamorare della sua passione e poi della stessa vita. A questo punto sono cominciate le domande esistenziali, la ricerca del senso della vita gli affollava la testa di interrogativi che come risposta trovavano soltanto altri interrogativi:

 

“Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità”.

 

Da queste parole si evince un forte stato di depressione che non dipende solo dalla difficoltà di trovare un lavoro, ma anche e sopratutto da quella di trovare un posto nel mondo, da quella di non riuscire ad entrare in una cerchia di persone e, di conseguenza, di sentirsi amato. Lo sconforto di Michele era tale da non farsi bastare il mondo in cui era nato, aveva perso la speranza di incidere nel quotidiano, ma quello che è ancora più evidente non credeva in una vita eterna:

 

“Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito”.

 

La visione del mondo di questo giovane è lo specchio della società attuale dalla quale vuole distaccarsi, aveva sempre desiderato il massimo perché spinto a credere che con la sola volontà si potesse ottenere tutto. Le difficoltà normali associate ad un progetto ambizioso hanno cambiato la sua prospettiva, ma l’impatto della realtà sulla pia illusione è stato troppo forte, Michele non ha accettato compromessi, non si è fatto bastare quello che aveva a disposizione ed ha gettato la spugna.

 

Come fare a non pensare che ci siano responsabilità oggettive in un pensiero distorto come questo, la vita è ciò che ci si presenta davanti ogni giorno, non quello che ci si immagina che sia. Ma la realtà odierna porta i giovani a pensare che si debba necessariamente avere il massimo: il denaro, il potere, l’ammirazione ed il rispetto da tutti, quando in verità per stare bene ed essere felici basta accontentarsi di ciò che si possiede.