Il Martirio di Padre Ragheed a Mosul

 

Nel 2007 Padre Ragheed Ganni, sacerdote caldeo della diocesi di Mosul, è stato vittima della ricerca di violenza di un popolo che mal sopporta la presenza dei cristiani in medio oriente. Dopo cinque anni di lotte e resistenza alle vessazioni ed alle minacce è giunto il giorno in cui gli estremisti gli hanno chiesto di pagare con il sangue l’affronto di non aver rinunciato alle proprie convinzioni religiose. Poco prima di morire gli hanno domandato: “Perché non hai chiuso la chiesa come ti abbiamo chiesto?” e lui ha risposto: “ Perché non posso chiudere la casa di Dio”.

Quella risposta ha decretato la sua condanna a morte, insieme a lui sono stati giustiziati i sussidiaconi Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed. Tutto questo accadeva dieci anni fa, molto prima che si sentisse parlare di Isis, di guerra all’occidente, fatto che dimostra come l’idea di sradicare il cristianesimo da una terra a preponderante fede musulmana sia da tempo parte dell’ideologia di questa gente.

La storia di Padre Ragheed è stata raccontata da Padre Rebwar Basa in un libro intitolato ‘Un sacerdote cattolico nello Stato Islamico’. Il libro comincia con la descrizione del periodo storico, uno spezzato di usi, costumi e divisioni sociali che ci permettono di capire in che modo era divisa Mosul dopo la destituzione di Saddam Hussein. La caduta del dittatore ha portato l’anarchia e l’emergere di frange estremiste, in poco tempo i templi cattolici sono divenuti il bersaglio di repressione e violenza e gli attacchi venivano ripetuti con una cadenza regolare.

Era questione di tempo prima che Padre Ragheed ed i suoi sussidiaconi fossero presi di mira. Per tali ragioni è possibile considerare i caduti di quel periodo come dei veri e propri martiri, trattandosi di fedeli che in un contesto di persecuzione hanno preferito morire piuttosto che abiurare. Nel libro ci sono delle frasi del sacerdote caldeo, pronunciate al funerale di vescovo giustiziato prima di lui, che fanno capire la profondità e la dedizione del soggetto: “Voglio che tu sia per me la forza affinché io sia capace di non permettere a nessuno di umiliare il tuo sacerdozio che io testimonio”.

La forza di Padre Ragheed proviene dalla sua terra e dal suo popolo, l’autore del libro spiega che in Iraq non c’è bisogno di sperimentare il martirio per comprenderne il significato: “Non abbiamo bisogno di diventare martiri. In Iraq viviamo il martirio ogni giorno. Già da bambini siamo missionari: ci chiedono perché siamo cristiani, perché non ci convertiamo. Tante volte non ci stringono la mano perché dicono che i cristiani sono sporchi”.

La situazione, spiega Padre Basa, è andata a peggiorare quando è stato destituito Saddam, in quel momento gruppi violenti, prima frenati dall’esercito, hanno avuto via libera e cominciato a perseguitare i cristiani. Poi sono arrivate le primavere Arabe ed infine lo Stato Islamico, adesso non è garantita la libertà di professare la propria fede ed i risultati sono davanti agli occhi di tutti, come sottolinea il sacerdote Caldeo: “Non si è concentrata e garantita la libertà religiosa e i diritti umani in questi Paesi. Non c’è un Paese musulmano in cui ci sia davvero libertà religiosa. E la maggior parte delle vittime in tutti questi Paesi sono musulmani stessi. Basta fare il conto delle vittime degli attentati, da quello recentissimo di Kabul a quelli di Iraq, Egitto, Nigeria, e altri”.