La Cassazione ha accolto il ricorso contro il divieto di affissione da parte dell’Uaar, affermando che i non credenti hanno gli stessi diritti dei credenti. Ma questo vale sempre?
Era il 2013 quando il Comune di Verona non aveva dato l’autorizzazione ad affiggere alcuni manifesti lesivi nei confronti della religione, da parte dell’Associazione dell’Unione atei e agnostici razionalistici. All’interno di questi manifesti, la lettera “D” della parola Dio era stata sbarrata, trasformando dunque la parola in “io”, denigrando dunque chi mette la fede al centro della propria vita. Di recente, però, la Cassazione ha accolto un ricorso contro tale divieto di affissione. La motivazione è che “i non credenti hanno gli stessi diritti dei credenti”, dunque, la legge è uguale per tutti. Un’affermazione indiscutibile, se presa sempre in considerazione e se sempre valida.
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Ci si pone questo quesito: ma la legge è veramente sempre uguale per tutti? È lecito chiedersi questo, quando, come ci ricorda anche Pro Vita e Famiglia, si assiste, ormai da troppo tempo, a un “vero e proprio diritto all’offesa, alla denigrazione e alla censura”. Pensiamo infatti alle battaglie sui Crocifissi nelle classi scolastiche, pensiamo alle recite natalizie e dunque all’abolizione dei simboli religiosi, perché ritenuti offensivi nei confronti delle altre religioni. E, invece, quando sono i manifesti religiosi ad esser presi di mira, si assiste veramente a un’equità?
La Cassazione, come unico limite, ha imposto quello di “non offendere la fede altrui”. Ciò che dunque ci si chiede è se ciò che ha recentemente stabilito la Cassazione, cioè che i credenti e i non credenti godono dei stessi diritti, valga da entrambe le parti, perché, come riporta Pro Vita e Famiglia, nella nostra società, non solo gli atei non sono discriminati, ma tendono a considerare i credenti come figli di un Dio minore”. La legge è uguale per tutti, teniamolo sempre a mente.
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Fabio Amicosante
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