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LE TRAGEDIE CHE NON FANNO NOTIZIA

 

 

 

 

Il telegiornale, insieme agli altri mezzi di comunicazione di massa, spesso ama citare le notizie più dure, quelle che attirano l’attenzione dello spettatore o del lettore e determinano ascolti più alti. Solitamente le notizie che funzionano sono le più delittuose e, chissà perché, l’animo umano sembra non saziarsene mai. Questo spiega come mai sorgono, come funghi dopo un acquazzone, i servizi di approfondimento su delitti irrisolti che ripetono notiziole, centellinate e rivendute, dandole ogni volta per straordinarie.
Quanto poco spazio si da alle buone intenzioni compiute, alle tragedie umane che si consumano nel quotidiano, nel silenzio e nella disperazione di chi perde famiglia o casa o salute, lavoro … Quasi come a voler sottolineare che nel mondo tutto è pessimo, soprattutto il prossimo, che dagli altri è meglio stare alla larga, specialmente se si tratta di stranieri o di gente di altre culture o se, pur essendo italiani, hanno condotto una vita diversa dagli standard cui siamo abituati.
E’ da queste considerazioni che nasce la riflessione del signor Paolo Izzo di Roma, in una lettera inviata al direttore dell’ “Avvenire”, che prontamente pubblica e risponde.
“Caro direttore, sulla stampa nostrana non ha trovato alcun rilievo la notizia che i migranti possono anche scegliere come morire: tra le onde del mare, per le ondate di gelo o suicidandosi. E’ successo, per esempio, negli hotspot di accoglienza -l’ossimoro è dovuto- delle isole greche, dove le condizioni di vita sono un po’ peggiori che nei nostri Cie. Sempre dalla vicina cugina europea arriverebbe pure la notizia che alcuni dei migranti sopravvissuti, al posto di incendiare i luoghi che li ospitano o di cucirsi macabramente la bocca soltanto per fare notizia, inscenano invece dei silenziosi scioperi della fame. Ma da noi nemmeno questo è dato sapere, tanto che dei digiuni di migranti in Grecia (come di morti di freddo e suicidi) ha parlato solo Carlotta Ludovica Passerini su thesubmarine.it. In effetti il digiuno o la nonviolenza che notizie sarebbero? Perché mai i media (a parte “Avvenire” e pochi altri) avrebbero dovuto parlare, tanto per tornare a casa nostra, dello sciopero della fame di oltre 20mila detenuti che ha accompagnato la marcia radicale per l’amnistia del 6 novembre scorso? La nonviolenza non fa notizia. Se gli ultimi o i penultimi della società vogliono dire la loro, hanno soltanto una strada: morire. E possono persino scegliere come.”.
“E’ vero la nonviolenza non fa notizia, caro Izzo, e nemmeno la riconciliazione e il perdono. Il 6 novembre a San Pietro si è celebrato per volontà di papa Francesco il Giubileo dei detenuti, e la marcia radicale da lei ricordata è stata pensata -come scrissi- “in stereofonia” con quell’evento, raccogliendo soprattutto distrazioni e perplessa sufficienza nei circuiti mediatici. E la malaccoglienza di profughi e migranti diventa il più delle volte titolo forte quando precipita nella cronaca nera, non quando genera pura sofferenza e civile protesta e reclama umanità e giustizia. Tutto questo è parte di un’amara e plumbea “cultura della morte” (e “dello scarto”, direbbe ancora Francesco) che ci assedia pensieri e giorni e punta a ridurre a povera caricatura la “cultura della vita”. Io dico che bisogna umanamente e cristianamente continuare a resistere su una strada alternativa, e coi miei colleghi cerco di farlo ogni giorno. So che è dura, ma sono felice di non essere solo e spero di trovare sempre nuovi e sempre più consapevoli (ma mai tristi) compagni di cammino.”.

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