La Theotokos: Maria Madre di Dio è un dogma di fede.

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Definizione

«Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consostanziale al Padre secondo la divinità, e consostanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore. Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.» (Formula di Unione)

Significato del Dogma

1. Questo titolo è stato dato a Maria nel 431 dal Concilio di Efeso attraverso la proclamazione di un dogma ed è una conseguenza della dottrina cristologica affermata dal concilio. Il concilio di Efeso fu il terzo concilio ecumenico e si tenne dal 22 giugno al 31 luglio del 431 a Efeso, in Asia Minore, sotto il regno dell’imperatore Teodosio II; vi parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò principalmente del nestorianesimo. Secondo il concilio Gesù Cristo, pur essendo sia Dio che uomo – come già diceva in precedenza il concilio di Nicea – , è un’unica persona. Le due nature, divina e umana, sono inseparabili e perciò Maria può essere legittimamente chiamata Madre di Dio.

2. Il nestorianesimo enfatizzava la natura umana di Gesù a spese di quella divina. Il concilio denunciò come errati gli insegnamenti di Nestorio (Patriarca di Costantinopoli), secondo cui la Vergine Maria diede vita ad un uomo Gesù, non a Dio, non al Logos (Il Verbo, Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa “portatore di Dio”. Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, “Madre di Cristo” e non Theotokos, “Madre di Dio”. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell’altra posizione “controversie cristologiche”. Il concilio decretò che Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un’anima e un corpo razionali. La Vergine Maria è la Theotokos perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. L’unione di due nature in Cristo si compì in modo che una non disturbò l’altra.

Attualità del Dogma

1. La Madre di Dio e la realtà storica del “Figlio dell’uomo”
La Madre di Dio ci mostra, anzitutto, la realtà del Figlio di Dio che si inserisce con estrema naturalezza e concretezza nella storia, manifestandosi agli uomini, suoi fratelli, come un inerme bambino avvolto in fasce (Lc 2,9), ma che è il “Figlio dell’uomo” che riceve da Dio signoria e gloria. Il Salvatore Cristo Signore (Lc 2,11), ora che è nato per tutto il popolo (Lc 2, 10-11) dalla Vergine, diventa pienamente compartecipe della vita dell’uomo. Sebbene Dio rivestito di luce (Sal 104,2), attorno a lui non brilla nessun alone di gloria ma, come qualsiasi altro bambino della famiglia umana, è segnanto da fragilità e bisogno. Colui che era presso Dio (Gv 9,11), ora è diventato il figlio di Maria (Mc 6,3), il figlio del falegname (Mt 13,55), l’uomo che si chiama Gesù (Gv 9,11). Come ogni uomo su questa terra, patirà gli stimoli della fame (Mt 4, 2; Lc 4,2) e della sete (Gv 4,8); si stancherà (Gv 4,6); soffrirà per l’ingratitudine (Lc 17,17–18); proverà compassione (Lc 7,13); piangerà la morte di una persona cara (Gv 11, 35.38) e le sventure della città dell’uomo (Lc 19,41). Egli sarà mite anche con chi lo rifiuterà (Lc 9, 51–56); gradirà il calore dell’amicizia (Lc 10,38–41); chiederà compagnia e conforto nell’ora della prova (Mc 14, 34.27; Mt 27,38.40); si farà aiutare nel portare il peso della croce (Mc 15, 21; Mt 27,32; Lc 23,26); morirà come tutti nella sofferenza, senza scendere dalla sua croce (Mc 15,29-32; Mt 27, 39–44; Lc 23,35–37).

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2. La Madre di Dio e il riscatto della maternità
La maternità divina di Maria, per la sua singolarità e la libertà del suo “Fiat”, si presenta come realmente ed escatologicamente liberante, conforme alla dignità della donna chiamata a dare il suo libero assenso, sia in quanto sposa e sia in quanto madre. Maria segna, quindi, l’avvenuta liberazione della donna da ogni maternità imposta, vissuta come conseguenza di un fatto contrario e di qualche colpa da pagare. La riconquista della dignità della maternità, al di là delle maternità subite e l’ideale di una maternità frutto del consenso intelligente della persona alla donazione di sé, del proprio corpo e della propria vita, trovano nella figura di Maria madre il loro segno liberante. La Donna di Nazaret insegna che il corpo della donna, non è più un corpo negato, offeso, umiliato, ma un corpo vissuto, un corpo proprio con il riacquistato diritto a viverlo come espressione piena della propria soggettività. In Maria, la donna e il suo corpo, ritornano ad essere “spazio” abitabile, accogliente, aperto e capace di trasmettere la vita, che ricorda il farsi carne e ossa di un Dio il quale conferma e santifica in tal modo la carne e le ossa di ciascuno di noi, orientandoci sull’umanità di Gesù, sulla sua vita, sul suo amore e sulla sua dedizione. La conseguenza logica è anche il rifiuto di ogni strumentalizzazione della sessualità al solo fine edonistico, senza il rispetto totale della persona umana. Maria aiuta a ricomporre l’armonia turbata dal peccato che ha deturpato l’estetica spirituale e fisica del nostro essere e denuncia il diffuso tentativo di fare del corpo il principio prioritario di determinazione e valutazione, degradando in tal modo la persona umana e privando la vita dell’uomo del suo autentico e completo significato. Maria ci prospetta quella visione cristiana della persona composta di anima e corpo, dove l’armonia spirituale e corporale riconduce all’esperienza della serenità e della bellezza di tutto l’essere umano e alla riconquista della sua dignità.

3. La Madre di Dio e la “Civiltà dell’amore”
Nella figura di Maria madre, risplende la creatura umana originariamente e strutturalmente chiamata ad amare, cioè si rivela la vera vocazione della persona, che è quella di partecipare alla sorgività dell’Amore. La creatura umana non è un essere amorfo e inattivo ma, nel progetto originario di Dio, è una persona chiamata a “dare”, a “rispondere”, ad “amare”, ad essere “madre della presenza divina” nella storia. La Vergine Madre testimonia questa ontologica vocazione ad amare e dimostra con la sua vita che la creatura umana tanto più è quanto più ama; che il suo essere è amore e che dove c’è pienezza d’amore c’è anche pienezza di essere e di vita. Maria ricorda all’uomo e alla donna che sono fatti per amare, perché sono amati dall’eternità da Dio–Amore, che fa sbocciare la vita. La “via dell’amore” è la via della piena realizzazione di sé.

4. La Madre di Dio e la cultura della vita e della solidarietà
La Madre di Dio, infine, sollecita i cristiani a incentivare una cultura della vita intrisa di virtù mariane e materne, come l’accoglienza e la difesa dei piccoli, dei deboli, degli stranieri, degli anziani, dei diversi (drogati, handicappati fisici e mentali, discriminati per razza, religione, sesso, condizione sociale, malattia). Maria si fa promotrice di una cultura della misericordia e della carità materna, per contrastare una cultura che diventa sempre più fredda, dura, spietata, promotrice di tensione, divisione, violenza, morte. Maria è la Madre che offre al mondo Gesù, vita dell’uomo (Cfr. Gv 14,6) ed educa la Chiesa e gli uomini a prendere coscienza di questa vita e che questa vita è al centro di una immane lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Maria chiama e sospinge i cristiani a immettere nel mondo una trasformante e rivitalizzante linfa di vita evangelica, corredata da altissime qualità umane che, nella sua potenza evangelizzatrice, garantisce il definitivo trionfo del regno di Dio.(1)