La Chiesa di fronte alla Shoah

La Chiesa di fronte alla Shoah
La verità storica al di là delle opinioni ideologiche

L’opinione prevalente che serpeggia oggi (non solo nel mondo ebraico) è che la Chiesa di Pio XII di fronte alla Shoah non fece nulla o troppo poco per impedire la deportazione e i massacri[1]. Questo giudizio però si discosta in maniera radicale da quello che proprio gli ebrei perseguitati avevano dato dello stesso Pio XII durante e dopo seconda guerra mondiale, quando a centinaia giunsero in Vaticano gli attestati di ringraziamento per quanto fatto in quegli anni spaventosi.

Dunque, chi ha ragione? Fra gli ebrei di vecchia generazione le accuse di connivenza tra Pio XII e nazisti risulterebbero assurde: nei vari volumi di P. Lapide, J. Lichten, J. Levai, è unanime una visione del pontefice che è assolutamente positiva[2]. Invece diversi storici oggi tendono a minimizzare, insieme ai contributi apportati da questi come da altri studi, le centinaia di attestazioni pubbliche di riconoscenza fatte dal mondo ebraico dell’epoca. Queste testimonianze, importanti per quantità e qualità, vengono guardate con sufficienza: documenti ritenuti frutto di una reazione emotiva e non ben informata dei fatti nella loro complessità.

Chi crede però che Pio XII sia stato messo sotto accusa da ricerche storiche approfondite, rimarrà deluso: infatti, l’iniziale (e unanime) favore verso il papa è sconvolto nientepopodimeno che da… un’opera teatrale! Si tratta de “Il Vicario”, soggetto scritto da Rolf Hochuth nel 1963 (quindi quando Pio XII era già morto da 5 anni e non poteva più difendersi), in cui di fatto si faceva passare il pontefice come un complice passivo e consapevole dei nazisti nello sterminio degli ebrei. Stiamo parlando di un testo che offre alle sue tesi ben poche pezze d’appoggio, accompagnate da una interpretazione limitata e del tutto settaria dei documenti esaminati. Dopo quest’opera che fa da apripista, e in un contesto culturale e accademico completamente cambiato, si giunge tramite una serie di pubblicazioni a demonizzare un pontefice e con lui la Chiesa tutta intera.

In un precedente intervento si è mostrato come Pio XII fosse del tutto alieno a ogni minima simpatia nei confronti dei nazisti, e che solo la paura di ulteriori ritorsioni verso i cattolici portò il suo predecessore a firmare un Concordato con la Germania[3]. Quello che bisogna capire è cosa fece effettivamente la Chiesa – e perché – per condannare la propaganda e gli atti antisemiti. Per quello che riguarda i pronunciamenti pubblici, in Italia come in Germania va ricordato che la censura proibiva qualsiasi pubblicazione di discorsi di condanna del razzismo e dell’antisemitismo: già nel 1938 sia in Italia che in Germania quello che restava della stampa cattolica ormai non poteva più criticare apertamente le violenze naziste[4]. Il discorso contro l’antisemitismo pronunciato da Pio XI il 6 settembre 1938 a Castelgandolfo davanti a un gruppo di pellegrini belgi venne censurato sia sull’Osservatore romano che su Civiltà Cattolica, e venne reso noto solo all’estero. In esso il papa si pronunciava così:

«L’antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare […]. Non è lecito che i cristiani prendano parte all’antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto all’autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti»[5].

Inoltre, all’indomani della notte dei cristalli (9 novembre 1938), in cui avvenne la distruzione di sinagoghe e negozi ebrei in tutta la Germania che causò la morte di oltre 400 persone, anche il vescovo di Monaco Faulhaber denunciò pubblicamente i fatti: per tutta risposta, venne assaltato il palazzo dove risiedeva e distrutte le vetrate[6].

Già dal giugno 1938 era intenzione del papa pubblicare un’enciclica sull’argomento, e venne incaricato di redigerla un gesuita americano, John La Farge, già autore di un libro contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti, con l’assistenza di altri due confratelli, il tedesco Gustav Gundlach e il francese Gustave Desbuquois[7]. Tuttavia, le resistenze interne alla curia romana allungarono i tempi in maniera tale che il documento, pronto già a settembre, venne consegnato dal generale dei gesuiti al pontefice debole e malato solo a fine gennaio 1939, poche settimane prima della sua morte. Nel testo si affiancano chiari pronunciamenti contro l’antisemitismo (attribuiti a La Farge) a più tradizionali e diffuse attestazioni di antigiudaismo teologico (attribuiti a Gundlach): siamo infatti in un’epoca in cui si è ben lungi dal considerare gli ebrei come “fratelli maggiori”. Nella pubblicistica cattolica gli ebrei – per i quali si prega incessantemente per la loro conversione – sono spesso accusati di deicidio, smania di denaro e potere, malevolenza verso il cristianesimo: basta leggere i numeri di quel periodo di autorevoli riviste quali “la Civiltà cattolica” per rendersene conto.

Con la morte di Pio XI (10 febbraio 1939), che non ebbe il tempo di esaminare la bozza che gli era stata consegnata, cambia completamente lo scenario: dal 2 marzo 1939 c’è un nuovo papa, dall’indole più “diplomatica”, e a distanza di pochi mesi (settembre 1939) scoppia la seconda guerra mondiale. Questo modifica di molto l’azione delle forze in campo: in Germania volenti o nolenti l’episcopato si stringe se non al regime alla patria tedesca, di fatto riducendo ulteriormente ogni forma di opposizione (fra le poche eccezioni si ricordano le omelie di p. Lichtenberger a Berlino, deportato nel 1942 a Dachau). In Italia invece il nuovo pontefice, in virtù della sua esperienza, sembra consapevole del fatto che i pronunciamenti pubblici sono inutili se non dannosi: quanto verificatosi dopo la pubblicazione dell’enciclica Mit brennender Sorge è indicativo. Come è stato fatto notare,

“La scelta vaticana del silenzio non proveniva dunque né dall’ignoranza della situazione né da filonazismo: fu una politica adottata consapevolmente e drammaticamente. C’erano ragioni serie nella posizione del papa. Assai più difficile è valutare nel complesso la portata delle conseguenze, non solo negative ma anche positive, di una solenne denuncia papale. Il timore di procurare un trattamento ancora più duro per i cattolici e gli ebrei come conseguenza di una pubblica dichiarazione era fondato?”[8].

In Germania con la guerra l’episcopato è più diviso e incline a mantenere il silenzio; inoltre, i fatti legati all’episcopato olandese, le cui vibrate proteste del luglio 1942 contro le deportazioni degli ebrei provocarono anche quelle degli ebrei battezzati (fra cui Edith Stein) nonché tutta una serie di fattori che qui sarebbe impossibile riassumere fecero propendere Pio XII al silenzio, contesto più adatto a favorire il soccorso clandestino. La Chiesa preferì alle dichiarazioni ufficiali l’azione concreta e nascosta. Nei fatti, va notato che in Italia circa l’80% degli ebrei si salvò, spesso accolto in strutture religiose come chiese, abbazie, monasteri; in Olanda, dove l’episcopato fu più solerte nel denunciare pubblicamente le malefatte naziste, la percentuale è inversa: solo il 20% degli ebrei sopravvisse alla guerra. Cosa è stato meglio? Sarebbe stata efficace una pronuncia netta, chiara e forte sulla Shoah (di cui il papa era informato, anche se probabilmente non aveva un’idea precisa della dimensione della strage)? Avrebbe aiutato a salvare anche una sola vita? Molti ritengono di no. I fatti dicono di no[9].

Oggi è facile sparare giudizi stando seduti comodamente sulla poltrona di casa, ma in una Roma occupata dall’esercito tedesco, i cui ufficiali sapevano perfettamente dell’azione di soccorso della Chiesa, quello che serviva era evitare ogni atto che potesse rompere un equilibrio così precario. Il 16 ottobre 1943, 1259 ebrei vennero prelevati dalle loro case e portati ad Auschwitz; la vigliacca denuncia di delatori ne fece rastrellare altri mille circa[10]. Molti di più (oltre diecimila solo a Roma) però furono coloro che vennero accolti da strutture religiose e famiglie cristiane, persone che misero a repentaglio la propria vita per salvare quella di un altro essere umano, di un fratello[11]«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».          Alessandro Laudadio

[1] Si veda fra l’altro la recente intervista al rabbino capo della comunità romana Riccardo di Segni pubblicata sul Corriere

[2] P. E. Lapide – console israeliano a Milano – Roma e gli ebrei. L’azione del Vaticano a favore delle vittime del Nazismo, Mondadori, 1967 («Pio XII fu lo strumento di salvezza di almeno 700mila, ma forse anche 860mila ebrei che dovevano morire per mano nazista»);
J. Lichten – membro dell’Anti Defamation League – , Pio XII e gli ebrei, Dehoniane, 1988;
J. Levai, Hungarian Jewry and the Papacy. Pope Pius XII did not remain silent. Reports, documents and records from church and state archives assembled by Jenö Levai, Sands&Co, 1968 – con introduzione di Robert M. W. Kempner, Sostituto procuratore capo statunitense a Norimberga.

[3] https://www.lalucedimaria.it/chiesa-cattolica-e-nazionalsocialismo/.

[4] «infatti il 5 agosto il ministro Alfieri aveva dato disposizione ai prefetti di vietare che i discorsi del Papa contro il razzismo fossero pubblicati da riviste e giornali cattolici — e ciò avvantaggiò molto la causa razzista e diede l’impressione che il Papa, per motivi politici, non prendesse posizione su una materia così grave». G. Sale SJ, I primi provvedimenti antiebraici e la Dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo, “La Civiltà Cattolica” n. 3798, 20 settembre 2008, pp. 461-474.

[5] “La Libre Belgique”, 14 settembre 1938. Su tale materia si veda Y. Chiron, “Pie XI”, Paris, Perrin, 2004, 375 s; cfr G. Miccoli, “I dilemmi e i silenzi di Pio XII”, Milano, Rizzoli, 2000, 309.

[6] M. Gilbert, 9 Novembre 1938. La notte dei cristalli, Milano, Corbaccio, 2008 pp. 130-131.

[7] Si tratta di quella che si sarebbe chiamata Humani Generis Unitas.

[8] R. Moro, La chiesa e lo sterminio degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 163.

[9] Non si possono paragonare ai silenzi sulla Shoah le proteste contro lo sterminio dei disabili: molti dicono che come le invettive del vescovo von Galen servirono a fermare ufficiosamente quello sterminio, anche quelle del papa sulla Shoah sarebbero potute essere efficaci. Va notato però che nella Aktion t4 le vittime erano perlopiù parenti dei tedeschi stessi, e c’era indubbiamente un coinvolgimento ben maggiore. Si aggiunga poi a questo che parte della popolazione tedesca condivideva un certo antigiudaismo di fondo, involontariamente propedeutico a ciò che è poi successo.

[10] Si veda su questo tema A. Riccardi, L’inverno più lungo: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Roma-Bari, Laterza, 2008.

[11]http://www.lastampa.it/2011/07/26/vaticaninsider/pio-xii-come-furono-salvati-mila-ebrei-romani-1KGrMRegtI55ocDB2QpfzL/pagina.html.