Chiesa cattolica e nazionalsocialismo

Chiesa cattolica e nazionalsocialismo
un mito che non tiene

Una delle “leggende nere” che aleggia a livello di divulgazione storica è quella relativa al rapporto tra Chiesa cattolica e nazionalsocialismo. Secondo questo mito la Chiesa cattolica sarebbe stata una pavida, remissiva spettatrice dei misfatti del movimento hitleriano. Premesso: c’è una netta differenza tra quello che si legge in merito su certi giornali e su taluni opuscoli pseudoscientifici e quello che sono i risultati della vera ricerca storiografica: si cercherà nel ristretto spazio a disposizione di offrire un quadro diverso, più vicino alle conclusioni della seconda che dei primi[1].

La data che fa spartiacque è quella delle elezioni federali del 5 marzo 1933, quelle che videro la vittoria del partito nazionalsocialista con ben il 43,9% delle preferenze.

Prima di queste elezioni la Chiesa cattolica tedesca ha sin da subito una visione ben chiara del nazionalsocialismo: è l’episodio del fallito colpo di Stato del novembre 1923 a far capire al cardinale bavarese Faulhaber che il furore antireligioso dei nazisti non sarebbe ricaduto solo sugli ebrei ma anche sui cristiani. Siamo in una fase storica particolare, dove la Germania è al collasso economico: a causa dell’iperinflazione un chilo di pane costava 400 miliardi di marchi, il denaro non valeva nulla e di fatto si era tornati al baratto. La gente veniva pagata giornalmente e spendeva tutto subito, visto che il giorno dopo i prezzi sarebbero aumentati vertiginosamente. Non a caso l’arcivescovo di Monaco nella sua visita “ad limina” a papa Pio XI del dicembre 1923 dava della Baviera (oggi la regione più ricca d’Europa) un quadro sconvolgente: «Fame, amarezza, nazionalismo come eresia, antisemitismo e anticattolicesimo».

È questo un periodo in cui da più parti (omelie, documenti pastorali, pubblicazioni) il nazismo viene denunciato come un grande inganno: la Chiesa sin da subito non lo considera un semplice movimento politico, ma una vera e propria “visione del mondo” antitetica a quella cristiana. Non è un caso che il card. Pacelli, nunzio apostolico della s. Sede a Berlino, il futuro papa Pio XII, affermi che il nazismo rappresenta «forse la più pericolosa eresia dei tempi nostri». Sempre in questa fase iniziale da più parti viene stigmatizzato l’antisemitismo dei nazisti: «Noi rifiutiamo il bieco antisemitismo dei nazionalsocialisti, che perseguita gli ebrei solo perché sono ebrei e guarda loro come a dei nemici del popolo solo perché ebrei […]».

La presa di posizione è unanime, ma il nazismo è ancora in questa fase un piccolo movimento; le cose tendono a degenerare con le progressive affermazioni elettorali di questo partito, che obbligano i pastori a raffrontarsi con una forza politica viepiù crescente.

Proprio in questa fase, nelle elezioni del 14 settembre del 1930, il partito di Hitler raggiunge il 18,3%.

Anche qui un devastante quadro economico-sociale a fare da sfondo con la Grande depressione, dovuta al crollo della borsa di New York il 29 ottobre 1929, che provoca in Germania povertà e rabbia senza precedenti: disoccupazione al 30%, produzione industriale in calo del 42%.

È in questo clima che un primo vescovo, quello di Magonza, prende nel 1930 una serie di decisioni clamorose: vieta l’ammissione dei nazisti ai sacramenti (scomunica) nonché pone il fermo divieto ai cattolici di iscriversi al partito nazionalsocialista. Questa decisione non è condivisa da tutto l’episcopato tedesco; non sul piano dottrinale, dove le critiche sono partecipate, ma per una questione di merito: questo partito infatti, nonostante le raccomandazioni ribadite dalle autorità ecclesiastiche a tutti i livelli, continua a mietere consensi. I cattolici, checché se ne dica, lo votano: questo è un dato innegabile, anche se resta da stabilire l’effettivo consenso del nazionalsocialismo fra i fedeli (che comunque non doveva essere affatto basso). Questo è il vero grande mistero, l’immenso buco nero delle coscienze di un intero popolo che, messo a dura prova ad un certo punto della sua storia, volta completamente le spalle alle raccomandazioni dei suoi pastori, a mille anni di Cristianesimo, per dare totale fiducia ad un uomo venuto dal nulla che annuncia una nuova verità, antitetica alla precedente… Come ciò sia stato possibile resta il vero, grande punto interrogativo di questa drammatica vicenda.

Dalla diocesi di Magonza il passo è obbligato: nonostante le perplessità e le discussioni, prima la Baviera, poi l’intera Conferenza Episcopale tedesca nel 1931 prendono delle sofferte decisioni ufficiali sulla questione. Sofferte perché avrebbero urtato la sensibilità di moltissimi cattolici che comunque aderivano al partito di Hitler. Veniva ribadita la proibizione ai cattolici di iscriversi al partito nazionalsocialista e si lasciava ai singoli sacerdoti di valutare caso per caso se un singolo iscritto al partito potesse essere ammesso ai sacramenti. Tanto per capire la gravità delle decisioni prese, si consideri che attualmente una categoria che subisce simili sanzioni ecclesiastiche è quella dei mafiosi… Ben lungi da eventuali connivenze, la Chiesa cattolica tedesca ha capito sin troppo bene chi è Hitler è dove può portare la Germania: «Il nazionalsocialismo è un’eresia, […] una falsa dottrina perché rifiuta punti vitali della fede cattolica e vuole, secondo le dichiarazioni del suo stesso Führer, porre una nuova visione del mondo al posto di quella cristiana […]». Pronunciamenti come questo sono continui in questa fase.

Tuttavia, il 5 marzo 1933, nonostante divieti e scomuniche il partito hitleriano raggiunge il 43,9% dei voti. Detta altrimenti: molti cattolici non percepirono il movimento nazista come alternativo al cristianesimo così come denunciato dalle autorità ecclesiastiche. In questo contesto avvenne lo scioglimento del partito cattolico Zentrum, che non fu deciso a tavolino di comune accordo con la s. Sede (come molti erroneamente sostengono), ma in seguito a un’iniziativa unilaterale degli esponenti dello stesso schieramento politico[2].

Dopo queste elezioni le cose cambiano: da un lato, molti elettori cattolici di Hitler fanno sentire la loro voce presso le autorità ecclesiastiche, le quali cominciano a vacillare e non sono più così granitiche nella condanna della NSDAP.

Dall’altro, è lo stesso Führer, diventato il padrone assoluto della Germania, a chiedere un Concordato alla Chiesa cattolica.

Cosa fare? Per quelli che oggi se ne stanno comodamente seduti in poltrona e giudicano i fatti storici in base al tranquillo presente, è ovvio: la Chiesa avrebbe dovuto rifiutare di scendere a patti con il “nemico”. Avvenne invece il contrario: l’8 luglio 1933, per timore di ulteriori rappresaglie verso la libertà religiosa e le stesse istituzioni ecclesiastiche, si accettò la proposta. Lo scopo era quello di portare a più miti consigli, tramite una serie di accordi e patti ben modulati, un personaggio che aveva ora la possibilità di mettere in atto tutto il suo inquietante programma. Il tentativo forse fallì, ma a detta dei servizi di sicurezza tedeschi la Chiesa cattolica fu «il nemico più ostinato e mai domo che quel regime avesse dovuto affrontare dall’interno». La s. Sede protestò negli anni seguenti decine e decine di volte per la violazione sistematica degli accordi presi: in questi anni viene fortemente limitata la libertà di stampa e di associazione per i cattolici, nonché venne sciolto ogni tipo di aggregazione giovanile. Mancano tuttavia in questa fase postconcordataria le denuncie che in precedenza erano state fatte alla politica razzista e antisemita del partito; inoltre, da parte delle autorità ecclesiastiche si cerca costantemente di giungere ad un sempre più improbabile compromesso.

Questo fino al marzo del 1937: a nemmeno quattro anni dagli accordi, a Roma ci si era probabilmente resi conto di essere giunti ad un punto di non ritorno. Non in Germania, dove – non va mai dimenticato – una parte cospicua della base cattolica si era invaghita degli ideali hitleriani, mettendo insieme aspirazioni nazionalistiche e sentimenti antisemiti, sviluppo economico e uso sconsiderato della violenza.

Il 21 marzo 1936, la domenica delle Palme, da tutte le chiese cattoliche tedesche viene letta l’enciclica Mit brennender Sorge, (“Con viva ansia”). L’enciclica, l’unica scritta in tedesco nella storia della Chiesa, è un chiaro atto di accusa nei confronti dell’ideale nazionalsocialista, giudicato anticristiano; nel testo sono condannati il culto della razza (giudicato “folle”) e dello Stato.

Più chiaro di così: oggi alla luce di quanto esposto, sembra altrettanto folle vedere forme di complicità tra Chiesa e nazionalsocialismo…

Gli effetti dell’enciclica furono terribili (per i cattolici): stampata e letta all’insaputa del governo tedesco, fu interpretata come un gravissima ingerenza negli affari interni del Reich. Le tipografie coinvolte nel progetto vennero chiuse, molti preti e laici (diverse migliaia) vennero arrestati, associazioni e giornali cattolici vennero soppressi. In pratica, all’atto di accusa pubblica seguì un inasprimento delle sanzioni verso i fedeli. Sarà una lezione che il segretario di Stato Pacelli, una volta diventato papa Pio XII, non dimenticherà.

Alessandro Laudadio

[1]Si veda per avere un’idea della questione, specie per ciò che riguarda la fase preconcordataria, si veda il documentato http://www.diesse.org/cm-files/2012/12/16/24-i-cattolici-tedeschi-e-la-chiesa-di-fronte-all-ascesa-del.pdf, (pp. 8-18). Da questo articolo, estremamente curato, abbiamo attinto i vari virgolettati presenti nel testo. Per la fase successiva potrebbe essere utile il divulgativo https://seieditrice.com/chiaroscuro/files/2010/03/V3_U5-ipertestoC.pdf, nel quale sono anche descritte le vicende delle chiese luterane e il loro rapporto con il nazionalsocialismo.

[2] Su questo si veda il documentato http://www.30giorni.it/articoli_id_17116_l1.htm, ma anche il breve ma obiettivo   https://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_dei_pieni_poteri.