Io giudico. Tu giudichi. Riconosciamo che solo Dio è giusto!

Viviamo in una società che trasforma le persone in giudici pronti ad inquisire, condannare e criticare. Capita a tutti di giudicare qualcuno, ma tutto dipende se sto giudicando la persona o le sue azioni e se anche in questo ultimo giudizio uso misericordia, che non significa certo buonismo.

Un caro amico americano di origine messicana e sacerdote di rito rumeno bizantino, che vive in un monastero in Romania, mi ha un giorno raccontato una storia vera e che offro qui a tutti come esempio di quale sguardo avere sui fratelli, ossia sul prossimo.

Un giorno uno starek aveva ricevuto in visita un suo figlio spirituale e questi gli chiese fin dove fosse giusto, secondo Dio, giudicare un fratello. Lo starek rimase in ascolto, anche perché molti colloqui con il padre spirituale è usuale, nella tradizione della Chiesa di Oriente, che prima ascoltino, anche per giorni, e poi parlino. Così, dopo questa domanda, lo starek si alzò e propose al suo figlio spirituale di visitare il monastero, nel caso volesse venire a condividere quella vita. Ad un certo punto della visita, si ritrovarono in un corridoio con molte porte. Erano le stanze dei vari monaci. Lo starek aprì una prima porta e il giovane figlio spirituale vide una stanza pulita e ordinata nella quale si respirava una perfezione quasi irreale. Ne fu molto colpito e quando uscirono sul corridoio il giovane chiese come potesse essere così perfetta quella stanza. Lo starek rispose: “Questa stanza riflette la perfezione dell’anima raggiunta dal confratello che la abita.”. Entrarono poi in un’altra stanza e lì il disordine era davvero eccezionale. Tutto sommerso di libri, fogli, qualche indumento, il letto sottosopra. Insomma, era un caos impressionante e la pulizia lascia alquanto desiderare. Lì per lì, con ancora fresche nella mente le parole dello starek riguardo alla stanza precedente, il figlio rimase un attimo interdetto, ma poi osò chiedere una spiegazione con occhi supplici. Lo starek rispose, sempre con lo stesso tono inalterato: “Questo confratello ha raggiunto una tale elevatezza dell’anima ed è così preso dalle cose di Dio da non avere il tempo di dedicarsi alle cose terrene.”.

La morale di questa storia vera, che ci è stata tramandata, appare evidente a tutti. E non è ipocrisia, quella dello starek. È anzi, amore umile, dove essere fratelli e davvero una cosa sola in Cristo, ti fa sentire il meno corretto, il meno giusto, il meno adeguato, e ti fa vedere i fratelli con occhio benigno, perché, se veramente credo che siamo un solo corpo, allora è bene che io sia l’ultimo e che gli altri siano buoni, con buone intenzioni rivolte a Dio.

Già, mi dirai, bello… ma è una parola vivere così! Roba da monaci, non da gente comune! E invece no. Permettimi di dirti che sbagli a pensare così. Come tante cose che riguardano gli insegnamenti del Signore, dobbiamo dire sì, lo voglio, e poi impegnarci. Abdicare fin dall’inizio non è cristiano e sopratutto tradisce una mancanza di fede e un desiderio camuffato di voler seguire se stessi.

Se io scelgo Dio e gli dico sì, allora mi sforzo, con la sua grazia e il suo aiuto. Incomincio a distinguere tra il mio pensiero malvagio (ma guarda quella…! ecc) e il pensiero fraterno (non melenso e buonista per favore!), che vede nel fratello un’altra persona impegnata e che fa sforzi per giungere all’unione con Dio. Tra l’altro, non dimentichiamo che se io mi sforzo di vedere con gli occhi di Dio, faccio subito di me e di quel fratello una cosa sola in Cristo e accetterò quindi che il Signore a lui abbia dato doni, talenti e fede diversi dai miei o in proporzione distinta, per un suo disegno, che è amore e giustizia e che io non posso conoscere e quindi neppure giudicare. E a forza di sforzarmi, cacciando dalla mente i pregiudizi e i pensieri egoistici ed orgogliosi sulla persona (sì, perché dire: “tu sei così e colà, a te manca questo e quello”, con un sottile disprezzo o senso di superiorità, rileva dell’orgoglio e della propria instabilità emotiva/spirituale), si arriva ben presto ad avere anche il sostegno del Cielo e a vedere sempre più facilmente ciò che non possiamo vedere se cataloghiamo la gente e i suoi problemi.

Cosa non possiamo vedere? Non vediamo l’opera di Dio in quella persona e neppure quindi in noi, perché sotto sotto siamo convinti – anche se non lo ammettiamo – che molto di ciò che siamo o abbiamo sia grazie a noi e ai nostri sforzi, dimenticando le parole di Santa Teresina: tutto è grazia. Non vedo in quella persona che il suo peccato, mentre ci è detto che non posso assimilarla al suo peccato, così come non lo faccio per me stesso. Io non sono il mio peccato, ma sono quello che lo commette. Allo stesso modo il fratello non devo vederlo come se fosse il peccato che ha commesso, ma come qualcuno che cade, magari anche ripetutamente e con poca forza di resistenza alle tentazioni, perché ha una fede scarsa. Lui però non è il suo peccato.

Solo chi sceglie il male, dopo aver conosciuto Dio, il Padre, il Figlio Gesù e lo Spirito Santo ed essere stato istruito, è assimilabile al maligno, degno solo di essere allontanato. Sono questi che commettono il peccato contro lo Spirito Santo, i bestemmiatori dello Spirito di Dio, peccato che non può essere perdonato, dice San Giovanni.

Ricapitolando. Io, cristiano credente amato da Dio, non devo mai giudicare la persona, entrare a far parte di quel clan che giudica sempre, anche solo per qualcosa che ci frustra o ci contraddice o nega ciò a cui noi teniamo molto, un’idea, un’azione… E se ci pesa, se ci sentiamo infastiditi dall’atteggiamento o dal comportamento di quella persona e per questo vogliamo giudicarla, fermiamoci. Ricordiamoci di accogliere, perché noi siamo accolti ad ogni istante dal Signore, con tutti i nostri peccati, con tutte le nostre miserie. E non siamo solo accolti, ma anche amati. Tremendamente, pazzescamente, inesauribilmente amati da Dio, che è anche Padre di ogni mio fratello.

Posso, invece, e devo giudicare, nel senso di riconoscere, il peccato compiuto dal fratello – e il mio, ovviamente – e il Signore mi dice che devo correggerlo, ossia mostrarglielo, chiedendogli di vederlo e di riparare, senza però dettargli le regole di cosa fare e come fare (questo compito è riservato al confessore e/o padre spirituale). Non devo per questo additare il fratello, né tanto meno appiccicargli un’etichetta, che tutti poi conosceranno. Tanto meno, devo parlare di quel fratello ad altri, facendo finta di dire del bene e con fare nonchalant buttare lì una definizione che nella testa dell’interlocutore, sappiamo bene, diventa una sentenza senza appello. Questo è un peccato molto grave, anche perché c’è una volontà di distruggere la fama o la stima di quella persona, di quel fratello che il Signore ha voluto mettere sul mio cammino. E il Signore non fa mai niente senza senso, mai niente per il male…!

Infine, aggiungo ancora qualche precisazione. Coloro che tendono a vedere il male negli altri, vivono con pensieri sospettosi su ogni cosa e in particolare su ogni persona. Questi ascoltano facilmente la voce del maligno e soprattutto non curano abbastanza, con la preghiera in particolare, la propria fede. Coloro che emettono sempre giudizi, anche in maniera sottile o subdola, in genere sono persone poco sicure di sé, quindi con poca fede, anche se religiose, tendenzialmente invidiose, ma soprattutto con poca propensione all’umiliazione e tanta paura ad essere umili, ad abbassarsi davanti a Dio e davanti agli uomini – come dice la Bibbia e come ha fatto Gesù – e non si preoccupano di fare alcuna verifica morale della persona oggetto del loro giudizio, per avere la certezza di un giudizio giusto.

Insomma, cerchiamo di inforcare gli stessi occhiali dello starek di cui sopra, per correggere la nostra vista malsana, che non ci lascia vedere con lo sguardo di Dio i fratelli. Così avremo più amore, recupereremo un po’ di più la somiglianza perduta con Dio e avremo pace nel cuore. Sì, perché ogni volta che giudichiamo gli altri assimilandoli al loro peccato o semplicemente alle loro mancanze, perdiamo la pace nel cuore. Custodiamola invece per poterla donare a chi sbaglia, a chi è scoraggiato, a chi dobbiamo perdonare e a chi ci fa del male.

E per finire un consiglio pratico: facciamo l’esame di coscienza ogni sera, per conoscerci meglio e saper distinguere il vero dal falso, il bene dal male.
Sandra Fei