Gesù e Maria usati per vendere jeans

 

 

Usare Gesù e Maria in pubblicità non è reato
Gesù e Maria

Gesù Maria e i santi usati come immagini pubblicitarie?

Certe notizie fanno arrabbiare, fanno ribollire il sangue nelle vene perfino, ma non possono meravigliare più di tanto. I quotidiani di oggi, 31 gennaio 2018, danno un certo spazio alla decisione della “Corte europea dei diritti dell’uomo”, in favore dell’utilizzo delle immagini sacre della cristianità per scopi pubblicitari e di marketing. Ovviamente non tutti i giornali ne parlano allo stesso modo.

Repubblica racconta il fatto in modo scarno e senza enfasi, mostrando così di accettare di buon grado la decisione laicista e anticristiana. E non stupisce trattandosi di un giornale che, dalla fondazione ad oggi, specie sotto la lunga direzione di Eugenio Scalfari, ha fatto del laicismo più sfrenato, dell’anticlericalismo più becero e dell’immoralità alcuni dei suoi caposaldi. Il rispetto delle convinzioni religiose dei cittadini è ignorato per principio da larga parte della stampa italiana e internazionale.

Molto diverso, per fortuna, l’atteggiamento di Libero, Il Tempo e La Verità. Il quotidiano romano Il Tempo ad esempio, racconta con questo titolo la notizia di cui sopra. “Gesù e Maria per vendere jeans. Secondo l’Europa è libertà di espressione”. E’ evidente che qui si vuole mettere l’accento sull’ambiguità del concetto di libertà di espressione.

Ma veniamo brevissimamente ai fatti.

Questi risalgono al 2012, anno in cui l’Agenzia lituana per la tutela dei consumatori ha multato una azienda locale, la Sekmadienis, per aver proposto immagini “contrarie alla morale pubblica”.

Queste immagini pubblicitarie, circolate sul web, mostrano Gesù e Maria, tatuati, in jeans e in tailleur, con pose da pubblicità. Una sorta di santini del III millennio in cui lo scopo non è la devozione e la preghiera, ma il guadagno attraverso lo scandalo ricercato e la mancanza di decenza. Nella campagna pubblicitaria dell’azienda lituana, sotto le immagini di Gesù e di Maria, apparivano slogan di dubbio gusto, tipo: “Gesù, che jeans”, oppure “Madre di Dio, che vestito”. Il tutto in nome della “Spring/Summer Collection 2013” dello stilista Robert Kalinkin.

Ora, l’alta Corte europea che dovrebbe tutelare i diritti dell’uomo, e quindi anche dell’uomo pio e religioso (o no?), condanna la Lituania a restituire all’azienda i 580 euro della multa precedentemente inflitta. La motivazione di fondo invocata dai giudici è questa: “La libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni di base per il suo progresso e per l’autorealizzazione individuale di ciascuna persona”. Né più né meno.

Secondo Francesco Borgonovo, “i giudici di Strasburgo hanno ribadito per l’ennesima volta che l’Europa ha una sola religione ufficiale: il profitto. Perché è, a tutti gli effetti, una religione”, D’altronde, nota il medesimo, “la Corte Ue, su un punto, ha totalmente ragione. Le pubblicità dei jeans lituani non offendono la ‘morale pubblica’, per un motivo evidente: gli europei non si scandalizzano più, rimangono inerti” (La Verità, 31.1.2018, p. 9).

Il problema nasce a monte. La secolarizzazione forzata della modernità inizia indubbiamente con l’illuminismo e la Rivoluzione francese del 1789. Essa ha avuto alti e bassi, come ogni movimento storico, ma ha certamente raggiunto un livello parossistico con i vari regimi comunisti che hanno imposto l’ateismo in moltissime regioni del pianeta.

Accanto a ciò, si è avuta una sorta di secolarizzazione soft, in nome non dell’ateismo, ma della libertà di pensiero (senza limiti), della democrazia (laica, se non laicista) e della tolleranza eretta a principio. Tutto questo è ben visibile in Europa e nell’intero Occidente.

Oggi bisogna affermare ciò: lo Stato laico non esiste, non è mai esistito, e non esisterà mai.

Infatti, tutti gli Stati europei erano, ove più ove meno, degli Stati cattolici, degli Stati confessionali. I quali, come per esempio recitava lo Statuto Albertino (1848), riconoscevano la religione cattolica, “come unica religione dello Stato”. Minoranze non cattoliche sono sempre esistite in Europa, come i valdesi per esempio, e dopo la Riforma di Lutero tutti i paesi cattolici come l’Italia, hanno avuto nel loro interno dei gruppi di riformati (luterani, calvinisti, anglicani, anabattisti, etc.).

Ma la religione cattolica restò per secoli e secoli, dal Medioevo al Novecento, il punto di riferimento e il fondamento della cultura europea. Un solo esempio fra mille. La Costituzione della Repubblica d’Irlanda, promulgata nel 1937, recitava così nel suo preambolo: “Nel nome della Santissima Trinità, da cui deriva ogni autorità e a cui tutte le azioni degli uomini e degli Stati debbono conformarsi…”. Dopo gli articoli che la componevano, la Carta della Nazione, concludeva con queste parole: “Per la gloria di Dio e l’onore dell’Irlanda”.

E’ chiaro che se “tutte le azioni degli uomini e degli Stati” debbono conformarsi alla Trinità, non c’è spazio per il laicismo e l’immoralità, la pornografia e le strutture di peccato. E queste enormità erano infatti bandite dall’Europa del tempo. Infatti, tutte le riforme degli ultimi decenni nell’intero Occidente, hanno indebolito o cancellato ogni riferimento alle radici cristiane delle varie società europee. E così facendo, hanno legittimato ciò che Dio non vuole, come il divorzio, l’aborto, la bestemmia (che ovunque è stata depenalizzata), fino al matrimonio omosessuale e l’eutanasia.

Giovanni Paolo II morì con un grande dolore. Il fatto che la Carta fondatrice dell’Unione Europea, al contrario della sua Polonia, non menzionasse le radici cristiane del Continente. Numerosissimi sono i suoi discorsi in tal senso.

Giova quindi insorgere contro l’ennesimo attentato alla religione cristiana compiuto in nome dell’Europa di Maastricht e dei Diritti dell’uomo (sempre più abusivi e a geometria variabile). Ma ancor di più serve focalizzare le vere cause dei problemi, le loro origini e le loro conseguenze.

Se la bestemmia infatti non è più un reato, come lo era ancora nel Codice Rocco (promulgato nel 1930), ma solo una espressione della “libertà di pensiero”, allora è chiaro che le pubblicità blasfeme siano da ammettere come normali. Ma se la bestemmia è inammissibile, non si può ammettere una forma di laicità che garantisca il diritto all’insulto della religione. O la società si ispira a Dio e al diritto naturale, oppure finirà per ispirarsi ad altra fonte.

Antonio Fiori