Durante la dittatura comunista, in Russia sono stati uccisi 20 milioni di cristiani

Quando si parla dei genocidi e di persecuzioni spesso si tirano in ballo il nazismo e l’inquisizione, di rado invece si parla delle uccisioni che vennero fatte in Russia sia durante il periodo leninista e che nel successivo periodo stalinista. A rompere il muro del silenzio sull’argomento è stato di recente lo studioso e matematico russo, appartenente all’università ortodossa di San Tichon, Nikolay Yemelyanov: questo ha affermato che nel periodo che va dalla ‘Rivoluzione d’ottobre’ alla morte di Lenin (1917-1924) circa 25 mila sacerdoti ortodossi vennero imprigionati perché cattolici, di questi 16 mila trovarono la morte nelle carceri.

Lo stesso è accaduto ai sacerdoti cattolici, i quali, però, erano in numero inferiore. A parlare di questa “pulizia religiosa” è stato anche lo scrittore britannico Martin Louis Amis, il quale nel suo libro ‘Koba il Terribile’ riporta i fatti dell’epoca ed evidenzia che il motivo di questi crimini risiedeva nell’ideologia stessa di cui Lenin si faceva portatore, infatti il rivoluzionario era solito dire: “Ogni idea religiosa, ogni idea di Dio è un’abiezione indescrivibile delle specie più pericolose, un’epidemia delle specie più abominevoli. Ci sono milioni di peccati, atti di violenza e contagi fisici che sono meno pericolosi della sottile e spirituale idea di Dio”.

Impossibile scindere le idee marxiste dalle conseguenze patite da tutti i credenti. Numerosi studi, tra cui quello del professor Todd M. Johnson (docente di Global Christianity e direttore del Center for the Study of Global Christianity presso il Gordon-Conwell Theological Seminary) confermano che non ci sono dubbi che la persecuzione ai danni dei cristiani sia continuata sotto il dominio di Stalin e che i numeri totali di questa atrocità sono sconvolgenti: dal 1917 al 1980 sono stati uccisi 20 milioni di cristiani. A questi ovviamente vanno aggiunte le milioni di persone torturate che per evitare la morte hanno rinnegato la propria fede e si sono conformate ai dettami del regime.

L’ideale di una società che non si basasse sulla fede in Dio ma sul perfezionamento dell’essere umano si è rivelata sin da subito un’utopia. I motivi del fallimento di questo modello di stato sono sicuramente economici e politici, ma c’è chi, come Fulvio De Giorgi (docente universitario a Bologna e Reggio Emilia), sostiene che il motivo principale fosse legato ad un modello di pensiero improntato a sostituire Dio con lo stato nel ruolo di essere infallibile ed onnisciente.

De Giorgi sostiene: “Il comunismo era una religione secolare, senza Dio: una tragica religione atea. Ha avuto una “fede religiosa” (rovesciata), politica e intra- umana, con un’escatologia profana: un millenarismo storico. Purtroppo questa fede nella possibile perfezione terrena era in realtà disumana e, mancando della vera speranza escatologica trascendente, doveva vedere come nemici e odiare tutti coloro che non si adeguavano ai suoi schemi para-teologici. Così, quello che doveva essere il paradiso in terra fu, nella realtà, un inferno orribile, una dittatura fatta di gulag, deportazioni, soppressioni di massa, inquadramento da caserma”.

Un ultima analisi sulle storture dell’ideale comunista le offre il teologo della Baptist Houston University, Michael R. Licona che sull’argomento ha scritto: “Vale la pena notare che c’è una grande differenza tra Stalin e un criminale cristiano. Quest’ultimo ha agito in contrasto con gli insegnamenti di Gesù, mentre non si può dire che Stalin abbia agito in contrasto con gli insegnamenti dell’ateismo dal momento che l’ateismo non ha intrinseci insegnamenti morali. Stalin non ha agito in modo incompatibile con le credenze atee, mentre un criminale cristiano agisce sempre in contrasto con gli insegnamenti di Gesù”.